Superficie

di Alberto Cola
Secondo classificato al V Trofeo RiLL
[racconto presente nell'antologia Viaggio a Mondi Incantati, Nexus Editrice, 2005]


La città era accesa di una luce nebbiosa.
Fuori, nel chiarore generato dai rari riflettori, pochi bambini stavano già giocando al riparo delle condutture di gas sopraelevate. La piattaforma di smistamento a ridosso del Po sembrava un angelo in castigo, capace soltanto di tendere le sue dita d’acciaio su tutta la città.
L’uomo finì la tazza di caffè con un ultimo sorso. Si era fatto tardi. Infilò il giubbotto, prese i guanti, mise la sacca vuota sulle spalle, il berretto con la visiera piegata e si diresse verso la porta.
Sua moglie lo baciò sulla soglia di casa come tutte le mattine, delicatamente. Ogni tanto - a dire il vero spesso - si chiedeva come facesse a trasmettergli tutto quell'amore misto a coraggio con il semplice gesto di sfiorargli la bocca con le labbra. Dopo tanti anni che erano sposati, aveva deciso che senza ombra di dubbio era un tipico incantesimo femminile dall'alchimia segreta, nient'altro.
“Stai attento” disse lei, con il respiro che prendeva forma nell'aria mattutina. “Non preoccuparti” rispose facendole una carezza sul capo. “Rientra, ora, fa freddo.” La porta di latta cigolò alle sue spalle andandosi a richiudere incerta sul muro di fango e compensato. Indossò i filtri nasali e s’incamminò lentamente. La nebbia lo avvolse subito, amorevole come sempre.
Nonostante fossero le sei e mezza del mattino, la città era ancora avvolta nel buio più totale. E lì, alla periferia di Torino, nella baraccopoli dove lui viveva - la più piccola delle tre presenti sul lato destro del Po - il buio, in un certo senso, la faceva da padrone anche dopo il sorgere del sole.
L'attività stava iniziando. Forme scure nella nebbia si accodarono in silenzio, ognuna con il suo carico di speranze per la giornata. Le baracche stavano diventando sempre più rumorose con il passare dei minuti. Vita e morte, anche in posti come quello, andavano di pari passo senza ostacolarsi in alcun modo. Del resto, sopravvivere per quelli che vi abitavano non era una scelta.
Quel miscuglio apparentemente senza senso di razze, di clan, di famiglie tanto lontane se non fosse stato per il fatto che vivevano le une sopra le altre, di disperati e di speranzosi, di quelli che dicevano sarebbe cambiato qualcosa e di quelli che oramai non lo credevano più, costituiva come una sola, miracolosa entità. Nulla sembrava unire tutto questo, se non il fatto che in quel posto, con incredibile abbondanza, c'era l'unico collante gratuito che esistesse sulla faccia della terra: la miseria. Alle volte si stupiva di come la gente potesse nutrirsi con passione anche di quella, senza timore o vergogna.
L’ultima cosa che si incontrava uscendo nella baraccopoli era la chiesa. Soltanto don Mario a dire il vero la definiva tale, e anche quella mattina, preciso come un orologio, stava ritto e serio davanti alla sua casa, cioè la chiesa, a picchiare con un pezzo di legno su una minuscola campana trovata chissà dove. Il crocefisso puntato sul tetto, storto ormai da qualche anno, ammiccava nell'oscurità illuminato da una lampadina, come una specie di faro.
Il prete chiamava a raccolta per la messa le donne, quelle poche che avevano il tempo e la possibilità di andarci. Non demordeva mai, nonostante le vesti sudice, l'aria un po’ patita e qualche acciacco che non gli dava pace; riusciva comunque ad avere sempre un atteggiamento efficiente e composto, con anche la forza di prender qualcuno per le orecchie se serviva. Nella baraccopoli era un po’ il padre di tutti.
“Buongiorno don Mario” disse quando gli fu davanti.
Gli occhi del prete sembrarono protendersi nella nebbia. “Ah, salve, salve a tutti, e buona fortuna figlioli.” I colpi ripresero disperdendosi. Le risposte delle ombre restarono sepolte sotto il baccano della campana.
La sua meta era piazza San Carlo, un po’ lontana forse, ma proprio per questo la meno congestionata. C'erano molti altri condotti di scarico più vicini, ma di fatto ciò li rendeva assolutamente pericolosi. Con il tempo la gente era portata a fare sempre meno strada, si accumulava a livello individuale una specie di spossatezza involontaria che rendeva certi posti più appetibili di altri, e soltanto per il fatto di averli più vicini a sé. L'elevato numero di persone però vanificava ogni speranza di lavorare in pace; non che esistessero condotti liberi e non affollati, ma era decisamente salutare poter evitare quelli dove la disperazione era presente a quote maggiori che altrove.
I condotti nelle piazze vicine alle baracche erano così, dei veri inferni. C’era sempre qualcuno capace di protestare perché quello era il suo settore, e se ti capitava di trovare qualcosa, la frustrazione di qualcun altro per una giornata di lavoro inutile e senza risultati faceva il resto. D’inverno le risse scoppiavano con maggior facilità, forse perché fame e sofferenza s’incontravano più facilmente per la strada, in agguato dietro ogni angolo, dietro gli occhi di ogni uomo. Da tempo aveva cambiato strategia, non osava pensare a cosa sarebbe successo alla sua famiglia se lui non fosse più tornato a casa. In quelle piazze non andava più, così come evitava tutte quelle nella sua zona. Aveva preso da tempo la decisione d’attraversare il Po.
Le vie scorrevano veloci una dietro l'altra. Gruppi di persone s’incrociavano tra loro in continuazione, percorrendo insieme un po’ di strada e poi disperdendosi in silenzio a seconda della loro meta, con solo il suono opaco dei passi ad accompagnarli. La nebbia attutiva tutto, era come accostare l’orecchio a una conchiglia e ascoltare il silenzio.
Una piccola squadra di ragazzi, che era sbucata poco prima da una via, si mise a correre all’improvviso, scavalcando di lato un serpentone di folla che si era spontaneamente creato. Pensavano che così facendo avrebbero potuto lasciarsi alle spalle un buon numero di persone e approfittare quindi d’una posizione migliore. Ogni giorno che passava si rivelava sempre più difficile affrontare l'irruenza e la forza dei giovani.
Qualcuno li rincorse bestemmiando, qualcuno dei ragazzi venne sgambettato, altri sfuggirono alla caccia ma furono costretti a dividersi e di conseguenza a sparpagliarsi in ogni via.
“Il rispetto si conquista” sentì brontolare alle sue spalle.
Qualche metro dopo svoltò, abbandonando il grosso della folla.
Torino come al solito gli scivolava intorno in modo anonimo, immensa figura taciturna e ancora piena di sé. Da piccolo non conosceva altro che quel dedalo affollato di strade, piene di luci e di automobili. Qualche volta accompagnava a far compere suo padre che, quasi per tutto il tempo, non doveva fare altro che trascinarlo via dalle vetrine davanti alle quali lui, completamente rapito, si puntava testardo cercando di richiamare l'attenzione anche quando non aveva la minima idea di cosa vi fosse esposto. Frammenti di bagliori, esclamazioni, clacson, si sentiva come una spugna pronta ad assorbire ogni piccolo particolare, ogni scheggia di quel fantastico puzzle urbano che lo circondava. Torino si imponeva con facilità ai suoi occhi di bambino.
Quando la città cambiò, anche quell'immagine gioiosa se ne era già andata da un pezzo, vinta dalla desolazione e dalle responsabilità quotidiane. A mano a mano che cresceva, le vicissitudini sempre più numerose, e proprio per questo diventate abituali, gli restavano puntellate nella mente come tanti chiodi, paure furiosamente pompate da una realtà che stava fagocitando sé stessa. Crisi economica e sociale, sovrappopolazione e carestia, tutto trovava un posto preciso in lui, e anche se non ne comprendeva il senso, ogni cosa riceveva un immagazzinamento naturale e spontaneo. Soltanto l'istinto a un dato momento gli suggerì che forse lui ne avrebbe pagato il prezzo.
Ora verso est s’intravedeva un leggero chiarore, appena sfumato. Poche erano le figure che s’incrociavano da quelle parti; gli sembrava di galleggiare nelle profondità di un quadro, circondato da sagome che lentamente perdevano la loro stessa presenza fisica, lasciando solo flebili echi a ricordarne il passaggio. La nebbia si stava alzando in modo impercettibile. Torino acquistò una forma più precisa intorno a lui, ma adagio, con la consueta eleganza.
Non appena attraversato ponte Santa Margherita, le rovine dei primi quartieri che circondavano la vecchia via Po gli diedero il loro personale buongiorno. Non si poteva fare a meno di notare come aumentassero sempre più con il passare del tempo. Era sufficiente tornare indietro di pochi anni per trovare i palazzi di molti quartieri con ancora buona parte delle finestre illuminate. Oggi restavano soltanto delle orbite buie a scrutare i passanti, tanti occhi cavi che facevano da facciata a tane per i topi e per qualche altro non raro esemplare di fauna. Era come assistere al dilagare d’un cancro e sapere che nessun medico interverrà per aiutare il paziente.
Ormai non si prestava più molta attenzione ai crolli degli edifici; i detriti, già ripuliti di qualsiasi cosa avesse un minimo valore, si ammucchiavano indisciplinatamente sulle strade e restavano lì, a fare bella mostra di sé e a ricordare che in fondo tra loro e la vita di tutti non c'era poi molta differenza.
Alle volte si era costretti a dei giri assurdi per scavalcare quelle montagne di pietre, oppure a inerpicarsi su quelle piccole colline formate da ruderi con l'unico scopo di guadagnare un po’ di tempo sulla tabella di marcia, e magari trovare meno individui dall'altra parte. Anche quella era una forma di selezione naturale vista la quantità di persone che si rompeva l'osso del collo nel tentativo.
Udì delle grida provenire da un vicolo vicino. La curiosità non era certo un pregio di quei tempi. Tirò dritto.
Più si avvicinava al grande condotto di piazza San Carlo e più avvertiva con chiarezza sotto i suoi piedi il pulsare ritmico dei sottolivelli urbani. Da molti anni quei quartieri esistevano nel sottosuolo, da prima che lui nascesse. Qualcosa anche suo padre gli aveva raccontato, ma i bambini allora lo consideravano come un mondo fantastico e irraggiungibile, lui compreso. Sembravano favole impossibili, finché non vide per la prima volta con i suoi occhi un condotto vero.
Il sole si rifletteva calmo sull'acciaio degli immensi portelli. C'era una folla discreta raccolta in quel posto; forse aveva sei o sette anni ed era in cima a un palazzo, al sicuro fra le braccia di suo padre che lo cingevano. Lì imparò tutto quel che c'era da sapere su quelli che vivevano sottoterra, su come erano fortunati, sulla speranza che forse anche lui un giorno avrebbe potuto andarci perché nulla riserva sorprese come la vita. Sogni più che altro. Il tono triste del padre sopra a tutto.
“I dieci piani che portano al Paradiso”, così loro, quelli di superficie, li chiamavano, così li avevano sempre chiamati. Aria depurata, vie pulite, negozi di lusso, cibo a volontà e tutto quanto un povero disgraziato possa desiderare nella sua vita. Peccato che soltanto una certa fascia di persone poteva permettersi di acquistare una casa là sotto. Nemmeno in dieci vite sarebbe riuscito a risparmiare tanto. Il tempo comunque, come un buon medico, aveva fatto sì che lui perdesse anche quella rabbia che solo i giovani ormai si concedevano. C'era qualcosa di meglio sotto i suoi piedi, ma cercava stoicamente di ignorarlo sapendo che era a ogni modo troppo lontano.
Finalmente arrivò. La piazza era illuminata in modo violento dai riflettori e la nebbia amplificava quel baluginare in modo insistente. Le guardie, sempre attente, vigilavano dall'alto delle loro torrette poste con logica prudenza sul fianco dei depuratori, uno per ogni angolo della piazza.
Lo scintillìo dei fucili era un monito non troppo velato. Non li aveva mai visti sbagliare  un colpo, e nulla lo avrebbe convinto che con lui sarebbe stato diverso.
La botola d’acciaio, con i suoi quaranta metri di diametro, era posta proprio al centro, unico monumento ammesso e indiscussa protagonista.
Si era già raccolto un buon numero di persone intorno al rettangolo formato dalle recinzioni elettrificate. Con cautela, si sistemò alla destra del condotto. Sapeva che lì la sentinella n° 3 aveva un piccolo angolo di tiro cieco; non cercava rogne, ma non si poteva mai sapere. Dall'altra parte della piazza vide il gruppo dei ragazzi che aveva incontrato per strada; facevano chiasso e ridevano dandosi spintoni. Anche quello era un modo come un altro per esorcizzare la paura. Prese mentalmente nota: erano dei novellini, ma sarebbe comunque stato a debita distanza.
Proprio al suo fianco c'era un gruppetto di donne. Le avrebbe tenute d'occhio perché spesso erano le più dure da affrontare; se stavano lì, da sole, era segno che non avevano nulla da perdere e avrebbero fatto di tutto per non privarsi della benché minima possibilità di aggiudicarsi anche la cosa più insignificante.
Oggi aveva già deciso la sua strategia. Non doveva curarsi né delle stoffe né del metallo, al mercato nero venivano pagati ancora molto bene ma a casa ne aveva da parte una buona quantità che poteva vendere in qualsiasi momento: era la scorta dei periodi difficili. Ora doveva concentrarsi sul cibo, con l'avanzare dell'inverno avrebbe potuto cominciare a scarseggiare.
Tutto quello che riesci a prendere, era questa l'unica cosa che avrebbe avuto in mente per la prossima ora.
Il cibo dei sottolivelli subiva dei trattamenti chimici, era migliore come qualità e si conservava più a lungo del normale, anche un paio di settimane se si aveva fortuna. E poi arrivava direttamente dalle serre ad atmosfera artificiale, era pulito e il solo saperlo ti dava la sensazione più bella del mondo.
La botola si aprì vomitando fuori le solite tonnellate di rifiuti sospinti dal gigantesco montacarichi. Le enormi pale meccaniche fecero rapidamente piazza pulita con l'immancabile efficienza, spingendo tutto ai lati del portello; i mirini a puntamento automatico delle guardie iniziarono a scrutare le prime file in cerca di qualche bersaglio indisciplinato. Dopo pochi minuti il mostro poté richiudersi, mentre una sirena stonata fece sentire la sua voce emettendo tre rapidi acuti. Per la piazza echeggiò lo scatto secco dei fermi metallici, le recinzioni si abbassarono.
Occhi venati di rosso, pugni che si stringevano, volti sudati, sguardi impauriti; l'onda umana era pronta a muoversi e a lottare. La strada di fronte a lui si liberò completamente.
La donna che aveva alla sua destra lo guardò preoccupata. In un istante percepì l'incertezza rivelarsi dagli occhi di lei. La colpì al volto con tutta la forza di cui era capace e il corpo, cadendo a terra, ostacolò gli altri alle sue spalle. Si levò un coro di imprecazioni. Scattò sorridendo. Aveva già un piccolo vantaggio.


Alberto Cola è nato nel 1967 a Tolentino (Macerata), dove risiede e lavora come libero professionista.
Con i suoi racconti ha partecipato e vinto molti concorsi letterari; fra gli altri, il premio Courmayeur, l’Alien (due volte, nel 1996 e 2003), il Lovecraft e il Cuore di Tenebra.
Ha partecipato spesso anche al Trofeo RiLL, piazzandosi secondo nel 1999 (con “Superficie”) e nel 2003 (con “Prendimi per mano”), quarto nel 2000 (con "Qualcuno ti sveglierà") e vincendo poi la decima edizione, con “Crescerà, a poco a poco”. Quest’ultima opera è stata anche insignita col Premio Italia, come miglior racconto pubblicato nel 2007 su rivista professionale (Robot).
È stato inoltre fra gli autori selezionati da RiLL nell'ambito del concorso SFIDA nel 2008 e 2009.
Ha scritto i romanzi di fantascienza “Goliath” (Delos Books, 2003), “Ultima pelle” (Kipple Officina Libraria, 2010) e “Lazarus”, con il quale si è aggiudicato il prestigioso premio Urania Mondadori, nel 2009. Del 2014 è il noir “La notte apparente” (Armando Curcio Editore). Nel 2016 ha firmato il romanzo per ragazzi “Asad e il segreto dell’acqua” (ed. Piemme).
Suoi racconti sono usciti in numerose antologie e riviste. Inoltre, la Delos Books ha pubblicato due antologie di suoi racconti fantastici e fantascientifici: “Mekong” (2013) e “Senza evidente motivo” (2016).

Appartiene al gruppo di autori della Carboneria Letteraria.
Il suo sito personale è
www.albertocola.it

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