Qualcuno ti sveglierà

di Alberto Cola
Quarto classificato al VI Trofeo RiLL

Stai dormendo raggomitolata in sogni confusi, quando qualcosa ti s’infila nel profondo e comincia a riportarti in superficie, verso la realtà. Forse un suono. Apri gli occhi. La stanza è in penombra. Ma la luce è sufficiente per capire che questa non è la tua stanza da letto. Cerchi di ricordare cos’hai fatto ieri sera, dove sei stata, chi hai visto, ma la tua mente è vuota. Cerchi con la mano l’interruttore della lampada sul comodino, ma non c’è un comodino. Lasci il braccio sospeso nel vuoto, lo senti come se fosse una cosa estranea, parte anonima in un corpo che stenti a riconoscere.
Passi. Ti volti e vedi una porta socchiusa. Dalla piccola apertura entrano pallidi riflessi di luce, sufficienti tuttavia a ferirti gli occhi. Ombre s’allungano attraverso lo spiraglio, sostano un attimo, poi scompaiono. Odi delle voci allontanarsi, sussurri innaturali che nella tua testa si trasformano in ruggiti che lentamente evaporano. Un terrore cieco, pesante come un macigno ti aggredisce lo stomaco; combattendo con un forte senso di nausea ti alzi, non sopporti più di star ferma, il gelo del letto, la paura che t’impedisce di pensare.
Il pavimento sembra vivo, ansima e si contorce davanti ai tuoi occhi sbarrati. Devi appoggiarti al muro per evitare di cadere, un’improvvisa ondata di oscurità t’invade il cervello, ghermisce ogni cosa. La porta è lontanissima, la consistenza d’un miraggio. Quando arrivi nella piccola isola di luce sei sicura di aver percorso chilometri.
Sara
Accade nell’attimo preciso in cui la tua mano, bianca e tremante, si stringe sulla maniglia della porta. E’ un insieme di scintille, un baluginare confuso di ricordi, frammenti, schegge di te.
Il tuo nome.
E’ come una marea che sale, imperiosa e senza alcun rispetto. Hai voglia di piangere, ma non sai perché.
Marco
L’hai sempre amato. Ora il suo nome ti spaventa mentre con un ribollio indistinto torna alla superficie confusa della tua coscienza. Serri i denti, cerchi di trattenere quel fiume maledetto. Sai che i ricordi fanno male.
Il corridoio è stretto, scarsamente illuminato da un unico neon funzionante. Lettighe, un serbatoio d’acqua, qualche sedia. Cammini sfiorando il muro, le unghie che gridano sullo sbiadito rivestimento di plastica.
Pentacolo
L’immagine compare ai margini del tuo campo visivo, l’effetto di uno schiaffo. Ti volti, cerchi di fermarla, ma restano solo tante lucciole luminose che danzano davanti ai tuoi occhi. Sforzi la mente, cercando di riannodare il groviglio di immagini e pensieri che riemergono a sprazzi da quel pozzo nero che hai dentro. E’ tutto inutile, ogni cosa ti scivola addosso senza che tu possa trattenerla.
Giri a un angolo, uno qualsiasi. Una vecchia se ne sta seduta, la borsa consumata in grembo, gli occhi fissi sul pavimento. Forse avverte la tua presenza, si volta lentamente, alzando gli occhi e mettendo a fuoco la tua figura.
- Il mio Giacomo... - dice.
La voce arriva da acquose profondità, a rallentatore; ogni singola lettera s’imprime con forza nel tuo cervello, come un marchio infuocato. Il silenzio, fino a quel momento solido, s’incrina. Dolore.
- Piccola mia, non ti senti bene?
Ti accasci su una sedia, senza più energie.
- Siamo tutti nati per soffrire, devi farti coraggio - Il sorriso stanco della vecchia mette in mostra gengive assurdamente rosse.
Mantello fuoco
Resurge ad vitam

La testa ti scoppia. Le mani arrancano sulle tempie, cercando di fermare le migliaia di aculei che sembra vogliano uscirne.
Lasciami lasciami
- ...come quella di via Ortenzi.
Senti solo le ultime parole dell’anziana, il tono di rimprovero. La guardi confusa, fissando incuriosita i suoi occhi neri. Brandelli di memoria galleggiano nell’aria.
- Dicevo -ripete la vecchia sospirando- che quando uno è giovane non pensa alla morte, solo a godersi la vita. I vecchi come me possono solo ricordare quanto era bello essere giovani. Lo diceva sempre il mio Giacomo. -Tira fuori un fazzoletto dalla borsa, si asciuga gli occhi borbottando- E poi, si vedono tragedie come quella di via Ortenzi. Poveri ragazzi... Però, non si scherza con certe cose.
E’ come un argine che cede, un velo spazzato via dalle parole della donna. Il fiume della memoria irrompe saturando i tuoi vuoti, completando le assenze.
Via Ortenzi
Un fremito incontrollato ti costringe a schizzar via dalla sedia, i pensieri non hanno più pause.
Marco
Resurge ad vitam

Ciò che prima con tanta fatica riaffiorava alla superficie della tua coscienza, ora rappresenta un getto continuo che ti schiaccia sotto il suo peso. Cominci ad arretrare, le parole dell’anziana donna che ti attraversano senza significato, inconsistenti, con la bocca di lei che si muove in silenzio, muta.
Inizi a correre. La vista non regge il ritmo dei tuoi passi, le cose ondeggiano paurosamente. Lasci che i muri ti colpiscano, simili a mani severe che tentano di ricondurti alla realtà, scacciando l’artiglio ghiacciato che ti serra la gola. Ora ricordi tutto, con una chiarezza che non vorresti possedere.
Quel giorno sei tornata in anticipo nella casa in via Ortenzi
la tua casa
che da tre, bellissimi anni dividi con lui
Marco
e l’hai visto, in piedi vicino al tavolo, il pugnale sollevato, i drappi neri alle finestre, candele, leggeva un libro foderato di rosso, il tuo Marco
Resurge ad vitam
e la ragazza, lunga sul tavolo, completamente nuda, gli occhi bianchi. Il nulla, nel suo sguardo.
I ricordi si accavallano, imprimendosi come orme sulla sabbia, orme che sprofondano senza peso. Era cambiato, ultimamente. La sua passione per la magia, l’andarsene in piena notte, libri che trovavi per casa, nascosti grossolanamente e scritti in lingue che nessuno sapeva spiegarti.
Sempre più lontana dal suo mondo.
Sangue
Le mani di lui che ti colpiscono, la sua voce, che non riconosci più. I tuoi occhi, che in un crescendo di terrore fotografano la ragazza sul tavolo, il pugnale che geme insanguinato, le urla di lei, senza più nulla d’umano.
L’ultima cosa che ricordi.
I drappi che rombano
Rigonfi di forme
Il tocco
Resurge ad vitam

Devi parlare, raccontare a qualcuno.
Fermarlo.
Sei tornata indietro lungo il corridoio, risoluta. Ti accorgi che proprio davanti alla porta da cui sei uscita c’è un telefono. Le mani si muovono da sole.
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Ti passano l’ufficio incaricato, solerti, gentili. L’ufficiale ti chiede chi sei, “una parente delle vittime forse?”
Combatti contro il grumo di fango che ti ostruisce la gola, che non vuol saperne di spostarsi da lì. Non puoi fermarti, non vuoi.
“Solo un’amica”
Non possono dare notizie per telefono. Verrà emesso un comunicato stampa non appena sarà effettuata l’autopsia sui corpi. I parenti o conoscenti devono presentarsi in quell’ufficio se vogliono avere ulteriori informazioni.
Provi a spiegare, a raccontare. Tu sai chi è l’assassino!
Anche loro sanno, ti dice la voce. Una pattuglia, chiamata per le grida che perduravano nonostante l’ora tarda, ha tentato di arrestarlo, ma non è riuscita a impedire che si suicidasse. Non è comunque servito per salvare quelle due povere ragazze.
Resurge ad vitam
Neanche fai caso alla cornetta che ti scivola dalla mano. Ogni ombra del corridoio sembra ingigantire, ma è comunque troppo lontana, tu sei al di là di tutto e di tutti. I pensieri che ti sorreggono vengono spazzati via, come la calura estiva da un temporale inatteso. La tua mente non chiede altro che di tornare nel silenzio. Non sei più spaventata, né confusa, ma solo tanto stanca, improvvisamente.

Chiudi la porta alle tue spalle, senza rumore. La stanza è identica a come quando l’hai lasciata. Un po’ più accogliente forse.
Raccogli dal pavimento il cartellino che hai perso nei primi, incerti passi. Neanche assomiglia più al tuo nome quello scritto lì sopra, tanto sono inutili quelle lettere. Lo infili all’alluce, dove deve stare, e ti corichi sul tavolo d’acciaio che non è poi così freddo, ma confortevole, a suo modo.
Un ultimo sguardo, nella penombra, prima di prendere il ruvido telo verde e coprirti, su, fino ai capelli. Nessuno deve accorgersi delle tue fredde lacrime, neanche Marco, quando lo rivedrai.

 

Alberto Cola è nato nel 1967 a Tolentino (Macerata), dove risiede e lavora come libero professionista.
Con i suoi racconti ha partecipato e vinto molti concorsi letterari; fra gli altri, il premio Courmayeur, l’Alien (due volte, nel 1996 e 2003), il Lovecraft e il Cuore di Tenebra.
Ha partecipato spesso anche al Trofeo RiLL, piazzandosi secondo nel 1999 (con “Superficie”) e nel 2003 (con “Prendimi per mano”), quarto nel 2000 (con "Qualcuno ti sveglierà") e vincendo poi la decima edizione, con “Crescerà, a poco a poco”. Quest’ultima opera è stata anche insignita col Premio Italia, come miglior racconto pubblicato nel 2007 su rivista professionale (Robot).
È stato inoltre fra gli autori selezionati da RiLL nell'ambito del concorso SFIDA nel 2008 e 2009.
Ha scritto i romanzi di fantascienza “Goliath” (Delos Books, 2003), “Ultima pelle” (Kipple Officina Libraria, 2010) e “Lazarus”, con il quale si è aggiudicato il prestigioso premio Urania Mondadori, nel 2009. Del 2014 è il noir “La notte apparente” (Armando Curcio Editore). Nel 2016 ha firmato il romanzo per ragazzi “Asad e il segreto dell’acqua” (ed. Piemme).
Suoi racconti sono usciti in numerose antologie e riviste. Inoltre, la Delos Books ha pubblicato due antologie di suoi racconti fantastici e fantascientifici: “Mekong” (2013) e “Senza evidente motivo” (2016).

Appartiene al gruppo di autori della Carboneria Letteraria.
Il suo sito personale è
www.albertocola.it

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