Due volte Bradbury

Recensione delle antologie Cronache Marziane e L’Uomo illustrato
di Alberto Panicucci
[pubblicato su Continuum 28 nel maggio 2008; su RiLL.it, con modifiche, da febbraio 2009]

Sulla e-zine di fantascienza  Continuum propongo da qualche tempo, grazie alla gentilezza del suo responsabile Roberto Furlani, alcune recensioni doppie di opere fantascientifiche (classici, soprattutto). Con “recensioni doppie” intendo recensioni di coppie di libri, legate da un qualche fil rouge (stesso autore, stesso tema…)
In questo articolo presento due antologie di racconti di Ray Bradbury, l’autore che è stato definito dal collega James Blish “lo scrittore di fantascienza eternamente preferito da coloro che non hanno mai letto fantascienza, ma vorrebbero averla letta, o vorrebbero darsi l’aria di averla letta” (fico, eh? ^___^).

Cronache Marziane e L’Uomo illustrato sono due antologie di racconti che ormai hanno raggiunto e superato la maturità, essendo state pubblicate nei primi anni ’50, ma che vanno senza dubbio annoverate fra i massimi della fantascienza e, più in generale, considerate delle splendide letture.

Nell’introduzione all’Urania Collezione dedicato proprio a Cronache Marziane (correva l’anno 2003…) Goffredo Fofi fa notare che Bradbury fu uno dei primi autori di fantascienza a essere pubblicato in Italia sulla prestigiosa collana Medusa di Mondadori, negli anni ‘50. Una scelta che lo poneva al di sopra di tanti altri autori di science fiction, ma che in fondo agli appassionati come Fofi lasciava un po’ perplessi. Perché, certo, un Brabdury su Medusa era importante per il genere ma… accidenti, Bradbury non era il migliore autore del mazzo, essendo un po’ troppo “dolciastro”.

“Dolciastro”.
Ricordo che quando lessi l’introduzione questo aggettivo mi colpì molto.
…Come aggettivo denigratorio è parecchio strano, no?
(anche perché, poi, nel prosieguo del suo intervento, Fofi riconosceva senza problemi lo status di “classico” attribuito col tempo all’opera di Bradbury nell’ambito della fantascienza)

Poi, riflettendo e rileggendo per Continuum il volume, ho capito cosa intendesse Fofi (che non a caso è un critico molto importante e quotato): il “dolciastro” di Bradbury è quel che io chiamo la malinconia, lo sguardo umano, un po’ condiscendente, un po’ “nostalgico”, sui protagonisti delle sue storie, che non sono mai grandi eroi ma persone normali, uomini della strada. Per questo, leggendo, è così facile sentirsi vicini a loro, riconoscersi nella quotidianità delle loro vite (per quanto “spaziali”!) o delle loro aspettative.

D’altronde, la stessa catalogazione di Bradbury come scrittore di fantascienza è per alcuni controversa. Fra questi Bradbury in persona, che in più interviste ha dichiarato che fra le sue opere solo Farheneit 451 può essere considerato fantascientifica…

Quindi: perché Ray Bradbury è (sarebbe) uno scrittore di fantascienza?
Perché parla di astronavi, viaggi nello spazio, alieni, esploratori e colonizzatori stellari… e direi che son tutte tematiche caratterizzanti, per il genere.
Ma, contemporaneamente, a Bradbury degli aspetti tecnologici e scientifici delle sue storie interessa poco, poco davvero (e si nota, leggendo e cogliendo diversi passaggi mooolto semplicistici su questi punti).

I racconti di Ray Bradbury sono sempre, maledettamente, umanistici. Nel senso che pongono l’uomo al centro della narrazione. I razzi, i macchinari, sono elementi secondari, meri strumenti a contorno di storie che parlano… di noi.

Cronache Marziane non è, a esser pignoli, un libro particolarmente originale. Alla fin fine, Bradbury riprende molti temi tipici della letteratura di frontiera trasportandoli su una nuova, più lontana Terra promessa… Marte, appunto. Ecco così la paura della partenza, ma anche la trepidazione e la speranza, e poi il dolore della separazione, la volontà di rifarsi una vita da zero, o di riaffermare in altre latitudini sé stessi e il proprio ruolo sociale…
L’uomo illustrato è un po’ l’antologia gemella, uscita un anno dopo, che sulla falsariga della precedente continua a parlarci di uomini che, nello spazio o sulla Terra, sono alle prese con la pazzia, con l’odio razziale, con la religione e i suoi sogni, o con la fine del mondo e la guerra atomica.

Due raccolte piene di racconti, con una notevole varietà di tematiche e toni, ma sempre uniti da questo filo rosso dell’attenzione ai personaggi, alla loro caratterizzazione, da cui discende tutto… e che fa la differenza.

Perciò per me queste prime opere di Ray Bradbury sono ancora emozionanti, a oltre 50 anni dalla loro prima uscita. Perché i loro eroi sono così normali, così veri che è davvero facile riconoscersi in loro, e magari trarre motivi di riflessione. Fra i tanti, forse il più importante è che, pur con le loro imperfezioni, questi uomini sono giunti davvero dove nessuno era mai giunto prima, almeno per gli anni ’50 di quando furono pubblicati questi racconti. Il che è uno spunto non da poco, anche per oggi, che siamo arrivati sullo spazio ma restiamo pur sempre piccoli, imperfetti e qualche volta un po’ miseri esseri.

In Cronache Marziane ci sono molti passaggi memorabili.
C’è la ragazza che - dopo mille incertezze - sta per partire, e parla via telefono (!!) col suo ragazzo, colono su Marte… e il cui ti amo le giunge, lontanissimo ma non meno sentito, attraversando lo spazio.
Ci sono gli astronauti che giungono su Marte e qui ritrovano inaspettatamente la propria Terra, i propri ricordi, i parenti e gli amici ormai morti, come in un ritorno al passato (all’infanzia, alla giovinezza): in realtà è una trappola dei marziani, per irretirli ed eliminarli, ma il richiamo delle radici è troppo forte…
C’è il vecchio pensionato che, per ricominciare, si è trasferito su Marte, dove si è messo a fare il benzinaio: “Sono venuto su Marte quando sono andato in pensione e ho voluto andare in pensione in un posto dove tutto fosse diverso. Un vecchio ha bisogno di avere intorno cose diverse. I giovani si annoiano a parlare con un vecchio e gli altri vecchi lo annoiano terribilmente. Per questo pensai che la cosa migliore fosse scegliere un posto così diverso che bastasse aprire gli occhi per divertirsi. […] Gesù, questo è il pianeta che ci vuole, per un vecchio. Mi tiene sveglio, mi tiene allegro…”

C’è una frase di Stanislaw Lem, maestro polacco della fantascienza, che si può leggere nel suo romanzo Solaris, e che tempo fa era citata in uno speciale de La Repubblica dedicato alla conquista dello spazio: Non abbiamo bisogno di altri mondi, abbiamo bisogno di specchi.
Personalmente, mi piace molto l’idea della fantascienza - della letteratura, meglio - come modo per riflettere sull’uomo, e guardare dentro noi stessi. In questo senso, francamente, Ray Bradbury resterà attuale per molti anni ancora.

Cronache Marziane,
di Ray Bradbury, Mondadori, collana Oscar, euro 7.80

L’uomo illustrato,
di Ray Bradbury, Fanucci, pag. 239, euro 14

P.S.: Un piccolo fuori tema.
Ray Bradbury è stato anche sceneggiatore di un film di una certa importanza nella storia del cinema, cioè Moby Dick di John Huston, tratto dall’omonimo libro di Herman Melville.
Da questa esperienza Bradbury ha tratto Verdi ombre, balena bianca (edito in Italia da Fazi, 310 pagine per 9 euro), una sorta di diario che ripercorre molti dei mesi passati in Irlanda con Huston, a lavorare alla sceneggiatura.
Il libro, che ha parecchie efficaci pagine, è interessante per i cinefili, meno per gli appassionati di fantascienza, ma mi sento di consigliarlo a chi ama Bradbury, per una lettura scaglionata nel tempo, poche pagine alla volta, in modo da compensare i passaggi a vuoto e le lentezze del flusso di ricordi dello scrittore.
Penso che valga la pena di leggere la storia della sceneggiatura di uno dei capolavori della letteratura mondiale, scoprire da vicino la “follia” di John Huston (uno dei più grandi avventurieri del cinema di tutti i tempi), ed entrare in contatto con un’Irlanda forse bozzettistica e addomesticata (nel libro non si parla mai di IRA e alle lotte contro l’Inghilterra si accenna in modo molto soft), ma certo a noi lontana - forse ormai perduta - e per questo senza dubbio interessante.

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