Quella volta che intervistai Michael Moorcock...

Il creatore di Elric di Melnibonè (e molte altre storie) si racconta...
di Alberto Panicucci
[pubblicato su RiLL.it nel febbraio 2010]

Michael Moorcock è senza dubbio uno dei più importanti scrittori nell’ambito della letteratura fantastica mondiale.
In Italia è noto soprattutto come autore dei romanzi su Elric di Melnibonè, il principe albino che trae la propria forza dalla spada demoniaca Stormbringer (o Tempestosa, se preferite). In realtà, però, la produzione letteraria di Moorcock è sterminata; comprende, ad esempio, la saga della Runa Magica, protagonista Dorian Hakwmoon, la serie di libri dedicati a Jerry Cornelius, un personaggio che l’autore inglese mise a lungo a libera disposizione di ogni altro artista volesse usarlo, e infine, per venire agli anni a noi più vicini, “Madre Londra”, un romanzo visionario e insieme un omaggio alla sua città natale.
Da ricordare, poi, gli anni in cui diresse la rivista britannica New Worlds, che negli anni ’60 aprì la strada alla new wave della fantascienza, lanciando autori come James Ballard e Norman Spinrad, e anche le sue collaborazioni in ambito musicale, con il gruppo inglese degli Hawkind.

Insomma, Michael Moorcock ha sicuramente “giocato” molti ruoli nel corso della sua carriera, e per questo la sua partecipazione a Lucca Comics & Games 2009 come ospite d’onore ha suscitato tanto interesse fra gli appassionati.

Io lo ho intervistato proprio durante il festival toscano.
Di questa intervista parlavo già da mesi con Emanuele Vietina, il direttore di Lucca Games, colui che forse più di tutti si è impegnato per portare Michael Moorcock nel nostro paese. Proprio grazie ad Emanuele, e alla sua gentilezza, posso dire di aver avuto una finestra costante su tutte le vicissitudini e difficoltà che hanno accompagnato questa “ospitata”, e che si sono dimostrate ben maggiori della norma. Non posso, naturalmente, svelare retroscena… mi limiterò a dire che originariamente questa intervista avrebbe dovuto essere fatta prima della manifestazione, via posta elettronica.
L’incontro dal vivo con Michael Moorcock, nella sua stanza d’albergo, si è comunque rivelato un momento così intenso da compensare ampiamente la “suspense” che lo ha preceduto ed anche i limiti del mio inglese niente più che intermedio.

Vorrei a questo proposito ringraziare di cuore Gregory Alegi, Francesca Garello ed Emiliano Marchetti, che si sono prestati all'impegnativo lavoro di traduzione dell’intervista, rendendo quindi possibile la sua pubblicazione on line, e poi i RiLLini Edoardo Cicchinelli e Francesco Ruffino, che mi hanno suggerito alcuni spunti per l’intervista. Infine, un gigantesco grazie è dovuto al già citato Emanuele Vietina, a Nicola Bosi (il guest-assistant di Moorcock a Lucca) e a Gabriele Cenni, l’interprete che mi ha aiutato a portare a termine la chiacchierata.

Ma veniamo all’intervista…

Nelle sue opere ha rotto molti schemi della letteratura fantasy. Quanto lo ha fatto intenzionalmente e quanto è importante creare innovazioni nella letteratura di genere, che spesso vive di clichè?

Dal mio punto di vista non c’è scopo nello scrivere se non fai qualcosa di nuovo. Sono sempre stato interessato a forme diverse di scrittura. Elric è stata la mia prima rottura con la tradizione. Ma naturalmente dopo di quello sono venuti Jerry Cornelius e vari altri.
Madre Londra è stato una rottura in termini di struttura. Per me non vale la pena di scrivere se non costruisco continuamente qualcosa di migliore per me e il lettore. A volte però questo risulta difficile per chi legge, per esempio come nel caso di Madre Londra, in cui ho appunto fatto qualcosa di molto strano in termini di struttura.

Quello è davvero un libro visionario…

Suppongo di sì, e la struttura vera e propria non è stata mai usata prima che io la scrivessi, nel modo in cui l’ho scritta. È una struttura molto strana, circolare, e ho usato - è una follia (ridacchia) - il sistema duodecimale (che ha cioè per base il numero 12, NdP) per pianificare tutto il plot. Tutta la struttura è basata sul 12 o sul 3 o sul 6, e i capitoli sono fatti in quel modo: ci sono cioè sezioni di 3, 6, 9 e 12, e tutto ruota attorno ad una parte centrale. C’è solo un punto nel libro in cui i capitoli sono sequenziali, cioè il blitz su Londra. È il cuore del libro, il blitz su Londra. È la città dove sono cresciuto, e questo è il motivo per cui il blitz su Londra l’ho messo al centro del libro. Tutto il resto ruota attorno, si svolge in una spirale, e probabilmente è una pazzia.

Guardando alle tendenze attuali nel campo del Fantastico, spesso sembra che gli scrittori tendano a ripetere schemi già noti, come se mancasse la capacità di immaginare futuri o dimensioni altre davvero diverse. Qual è la sua opinione sugli autori di oggi? Qual è il suo “sguardo dal ponte”?

È difficile rispondere, per me. Quando facemmo New Worlds, negli anni ’60, c’eravamo io e Ballard, e poi un po’ di altri scrittori raccolti attorno alla testata. Tentavamo non tanto di rompere con la tradizione della fantascienza ma di portare elementi di fantascienza nella letteratura. È un po’ deludente per me vedere ora che la letteratura è rimasta la stessa.
Noi stavamo cercando di portare nella letteratura quegli elementi della fantascienza che erano “buona narrazione” e buone idee, lasciando però fuori buona parte degli elementi non letterari della fantascienza. Credo che in una certa misura abbiamo avuto successo, o abbiamo fatto parte di un movimento che ha avuto successo. Un movimento che, allora non l’avevamo veramente capito, era dovunque e non soltanto con noi. Ma c’erano elementi di realismo magico che stavano arrivando, ed elementi del fantasy cominciavano a entrare nel romanzo convenzionale.

Comunque, oggi c’è poca fiction che mi capiti di leggere che sia all’altezza della miglior fiction “modernista” degli anni ‘20 e ‘30, periodo che secondo me in America e in Inghilterra fu certamente un grande momento per la letteratura. Il movimento modernista poi prese slancio, e generò uno stile. Per questo, negli anni ‘50 e ’60, quello stile era, dal mio punto di vista, degenerato nel convenzionale. E ogni volta che c’è convenzionalismo nei libri c’è anche convenzionalismo nel leggerli, e ogni cosa che cerchi di dire viene deviata dalle convenzioni che usi per dirle. Qualsiasi cosa nuova che cerchi di dire è distorta, e i lettori leggeranno nel libro ciò che si aspettano, per cui devi trovare un modo per aggirare le convenzioni e trovare un'angolazione diversa per la tua narrazione.

Visto che ha citato New Worlds, che lei ha diretto, vorrei chiederle come vede l’arte. Mi spiego: che effetto fa essere uno scrittore che vuole vedere le proprie opere pubblicate ma anche il direttore di una rivista, cioè quello che sta dall’altra parte del tavolo? Insomma, proprio perché ha “giocato in più ruoli” mi interessa la sua opinione sull’arte.

Non cerco mai di dirigere gli altri scrittori, è completamente contrario al mio modo di essere. Non ho mai suggerito a un scrittore cosa dovesse scrivere e non ho mai modificato quello che uno scrittore volesse dire. Tutto ciò che ho sempre cercato di fare è capire ciò che lo scrittore voleva dire.
È lo stesso con gli illustratori delle copertine. Io scelgo l’artista e lascio che faccia ciò che vuole, altrimenti non riesco ad avere il meglio da questa persona, illustratore o scrittore che sia.

Quindi ciò che credo è che si debba aiutare l’artista ad aprirsi e a trovare il modo per esprimere sé stesso, piuttosto che fargli copiare altri libri. Copiare altri libri è stupido, e finisce per farti scrivere cose convenzionali.
Se quel che stai cercando di fare, soprattutto come editor, è trovare, o aiutare quell’autore a sviluppare il proprio cuore, devi essere molto delicato. Credo questo sia vero in tutte le forme d’arte, c’è un completo rovesciamento del discorso. Nel Medio Evo gli artisti avevano dei patroni e non potevano fare quello che volevano, ma trovavano comunque un modo di farlo. Credo che la miglior cosa da fare sia aiutare le persone a trovare strade verso loro stessi.

Le mie idee sull’arte non sono particolarmente interessanti, nel senso che sono solo le mie idee e non penso di capirne più di altri. Non tendo a diffondere queste mie idee, eccetto per quell’unico aspetto di trovare nel singolo il meglio di quello che può fare. Scrivere e fare l’editor sono attività molto simili, per me.
Nello scrittore vedo una parte di me. Anche se la scrittura è qualcosa di individuale, vedo che il mio destino di scrittore è legato a quello di tutti gli altri scrittori. Per esempio, il personaggio di Jerry Cornelius tendevo a darlo ad altri autori per vedere cosa ne avrebbero fatto. Quindi è una strana mistura. Credo molto in una comunità, in cui tutti hanno lo stesso bisogno di auto-espressione. È una dualità difficile, trovare un equilibrio tra auto-espressione e comunità. Non so se mi spiego…

Lei ha scritto tante storie, fra loro molto diverse. Dovendosi definire, si sente più uno scrittore di fantascienza e fantasy, o un narratore a 360 gradi?

Solo uno scrittore.

Un narratore di storie?

Sì. Esiste un bisogno di narrare storie. E dire bugie, in un certo modo. Quando ero a scuola tenevo svegli gli altri bambini raccontando storie durante la notte e alla fine mi hanno messo a dormire da solo (ridacchia). Ed erano bugie, anche. Alcune delle storie erano su di me ed erano basate sulle storie di Rudyard Kipling: raccontavo di come fossi stato allevato nella giungla da lupi, e ricordo di aver raccontato anche qualcosa come che avevo incontrato un drago.
Avevo delle visioni, particolarmente da piccolo. Ero un visionario, effettivamente, e lo sono ancora. Non credo di vedere fantasmi, ma credo che la mia immaginazione mi mostri qualcosa.
Non sono stato cresciuto come cristiano, cioè sono cresciuto circondato dalla cultura cristiana ma la mia famiglia non era credente. Ma mi è capitato due volte quando ero un bambino, mi pare che una volta avevo il morbillo, ero malato insomma, di avere questa “classica” visione di Gesù Cristo con il cuore sanguinante che veniva verso di me attraverso la finestra.
Davvero l’immaginazione funziona in modo strano! Come ho potuto mai vedere una cosa del genere? Sono certo che la maggior parte della gente l’avrebbe interpretato come un miracolo, ma per me è stato solo uno strano fenomeno.

Un’altra volta, avevo un amico che aveva seri problemi mentali. Un giorno lo portai a fare un giro sulle colline dello Yorkshire, che è un luogo molto selvaggio. Io cercavo di farlo sentire meno matto, ma in realtà lui faceva sentire molto più matto me! Molto squilibrato. Insomma, lo portavo in giro per cercare di calmarlo. A un certo punto mi sono stufato, mi sono detto che se l’avessi visto anche solo un’altra volta lo avrei ucciso… sapete, aveva un disturbo bipolare, ti sfiniva veramente.
Ma insomma, una volta eravamo tra le colline, un posto molto tranquillo, con le pecore, e vidi di nuovo una cosa davvero bizzarra: una “classica” immagine di un coro di angeli, un grande coro con la Madonna alla sommità e un gatto, e mi sono chiesto da dove venisse questa immagine. Non ho nulla di ciò nella mia cultura! Insomma, è qualcosa di davvero inconsueto da vedere!
Linda dice che mi succede ancora qualche volta.

È proprio la moglie, Linda, ad intervenire, a questo punto:

Capita che andiamo in giro in macchina e lui dice: “Oh, guarda! Un villaggio medievale”. Al che io dico una cosa come: “Guarda che c’è solo una foresta di alberi”. E lui “Ah, ok!”
(ridono insieme)

Moorcock riprende a parlare, sempre ridendo:
Una cosa molto buffa, veramente da Don Chisciotte, è successa una volta che eravamo in una deliziosa cittadina del Sussex in Inghilterra e io, passando davanti alla vetrina di un negozio, ho detto a Linda: “Oh, guarda un’armatura completa da Samurai, con l’elmo e tutto!” E quando siamo tornati indietro per dare un’occhiata più da vicino lei ha detto: “Ma è solo una ferramenta!” E c’erano secchi, badili eccetera... (“Anche asce”, aggiunge Linda)
Credo di avere qualche controllo su tutto questo. Se non l’avessi sarei una sorta di pazzo visionario. Ma non ho mai creduto che queste visioni fossero reali, semmai che fosse la mia immaginazione che si imponeva sul mondo. Non ho avuto mai paura, l’ho piuttosto trovato divertente, mi è sembrata una cosa piacevole.

È un dono.

È un vantaggio. Tutte le cose che vedo sono molto belle, spettacolari.
Ho avuto solo un breve periodo negli anni ‘60 in cui ero terrorizzato e le cose sembravano travolgermi. Avevo un appartamento a Londra in cima a molte rampe di scale, e Londra, fuori, sembrava distorcersi e mutare, diventare paurosa. Correvo su per le scale terrorizzato, per rientrare nell’appartamento dove mi sentivo al sicuro.
Ma non sempre è stato così. Anzi, per la maggior parte è stata una cosa bellissima.
Un’altra volta, nello Yorkshire di nuovo, ho visto tutta Costantinopoli estendersi nella brughiera. In realtà c’era solo un viadotto, e da quello mi ero costruito l’intera Costantinopoli. Ho visto Santa Sofia e tutto e mi sembrava veramente che fosse lì, era bellissimo.
Insomma, mi piace essere matto!

Lei ha avuto una lunga carriera, eppure continua a scrivere e partecipare a manifestazioni come Lucca Comics & Games. Qual è attualmente il suo obiettivo per il futuro? E ha qualche rimpianto, guardando al passato?

Naturalmente sto scrivendo, sto scrivendo ancora . Sto scrivendo sempre di più materiale autobiografico, ma a volte ci metto dentro anche ambientazioni fantastiche, quindi metà del materiale è fantastico e metà è assolutamente la realtà. Di nuovo, si tratta di una linea complicata, perché diciamo che sto parlando della mia infanzia…
I libri che sto scrivendo ora cercano di guardare al fantasy, se volete all’immaginazione romantica, che è il modo in cui lo vedo, del resto. Voglio dire… è una questione di espressione come scrivi, quali libri scrivi, ma quello che sto cercando di fare è mostrare come il fantasy possa aiutare a sviluppare una personalità e quali insidie ci siano nel fare affidamento sul fantasy come mezzo per mantenersi.

È una cosa strana, ma ho sempre avuto un modo molto concreto, realistico, di guardare al mondo, ma allo stesso tempo posso scrivere fantasy molto facilmente. È molto facile per me, ad esempio, scrivere un libro di Elric, e col tempo lo è diventato sempre di più, quindi quello che ho dovuto fare con i libri successivi di Elric è stato renderli sempre più difficili per me; sfortunatamente, li ho resi anche sempre più difficili per i lettori. Alla fine ho dovuto smettere, perché non vedevo nessun modo di andare molto avanti con Elric.
E ritorno sempre ad Elric, è una cosa molto strana. Adesso sto scrivendo delle storie di Elric che sono molto simili alle prime. In effetti le sto scrivendo con… beh, sto scrivendo dei racconti lunghi in inglese e sto collaborando con uno scrittore francese per ampliarli e farne dei romanzi, che usciranno solo in Francia. Questo è strano, è solo un’idea che ho… questa è una delle cose che sto facendo.

Sto anche scrivendo delle storie molto rigorose e molto realistiche che sono completamente prive di sentimentalismo, così tanto che penso di aver scioccato qualche lettore, almeno in America. Il mio amico Tom Disch, era un amico molto stretto, Thomas M. Disch, era uno dei miei amici più stretti e si è ucciso l’anno scorso… si è sparato a luglio, si è fatto saltare il cervello e su di lui ho scritto una storia, che ha fatto abbastanza inorridire molte delle altre persone che lo conoscevano, non le persone che gli erano molto vicine, ma le persone che lo conoscevano in modo abbastanza superficiale. Sembra una storia molto cattiva e sgradevole, ma parla di una persona a cui volevo molto bene.

Questo mi sta capitando… L’anno scorso molte delle persone che mi erano vicine e che erano amici molto stretti sono morte. Tom si è ucciso e non posso perdonarlo; sì, aveva dei motivi, motivi più validi di molte persone, ma poi…
Barry Bailey è morto. Non credo che sia conosciuto per nulla in Italia, ma era un mio caro amico e ha contribuito alla mia opera. Jim Cawthorn, che ha disegnato la carta geografica per Elric e che ha fatto parecchio altro lavoro, abbiamo lavorato insieme quando eravamo giovani, è morto all’improvviso. Ballard è morto ad aprile di quest’anno. Dunque ho visto la scomparsa di tutti i miei più cari amici, tranne due o tre… molti di loro stanno in Francia, adesso, e questa è una delle ragioni per cui trascorriamo in Francia gran parte del tempo. E… perdi… (fa una piccola pausa) C’è un una poesia di John Donne che recita: La morte di ogni uomo mi sminuisce, perché sono parte dell’umanità. E io so che la morte dei tuoi amici ti sminuisce. Perdi memoria, perdi conferme, perdi il tuo passato. Non puoi fidarti della tua memoria sempre, quindi hai bisogno degli amici che ti dicano che stai mentendo, che stai dicendo fesserie…
Io sto seduto qui e vi posso raccontare qualunque fesseria, e voi probabilmente ci credereste, perché vi piacciono i miei libri. Ma se per esempio Tom Disch fosse qui direbbe: “Mike, stai dicendo delle fesserie”. Non sto dicendo che lo sto facendo, cerco di non farlo e di dire la verità, ma hai bisogno dei tuoi amici per tenere memoria della verità, in qualche modo. E se ne perdi così tanti, e ovviamente quando diventi vecchio è naturale, ti cambia il modo di vedere il mondo. Pensi di essere immortale finché all’improvviso i tuoi amici non cominciano a morire. Non pensi di essere immortale… e improvvisamente la mortalità ti colpisce.
Attraversiamo la vita vivendo una sorta di menzogna, al termine della quale c’è la morte. E quindi inizi a pensare a queste cose e se sei uno scrittore vuoi metterne per iscritto alcune, vuoi mettere per iscritto quanto più puoi della verità o almeno come la vedi tu. E poi sta ad altre persone dirti se…
(interrompe il suo lungo e molto personale discorso, ci guarda, si asciuga qualche lacrima e riprende il controllo) Scusate, mi sono lasciato trasportare…

No, anzi, è stato un momento molto intenso. Mi viene in mente una frase, mi pare di Oscar Wilde: “si uccide sempre ciò che si ama”. Lei ha dichiarato che quando ha scritto i primi racconti e i romanzi di Elric si è ispirato alla psicanalisi, e che Elric era lei, per certi aspetti. Ora, alla fine della saga Elric muore. Quindi… c’è un legame, un significato?

Sono stato molto influenzato da Jung e Freud, da giovane, e i libri di Elric derivano direttamente da quel mio interesse. Mi interessava Jung quando parlava di mitologia, e molto di questo è finito nei libri di Elric. C’era un certo accordo, o almeno spero che ci sia un certo accordo, sulle radici del fantasy, perché ci piace il fantasy, come leggiamo il fantasy. La simbologia nei libri è stata scelta molto attentamente. Quelli sono i miei primi libri, quindi sono un po’ grezzi, per così dire, ma non c’è alcun dubbio che la psicologia rivesta un ruolo importante in tutti i libri che scrivo.

Per tornare a una cosa che stavo dicendo prima, penso che, se hai delle visioni, o diventi matto o inizi ad analizzare cosa sia a produrre queste visioni. E poiché io non ho nessuno strumento religioso convenzionale per interpretare queste cose, suppongo che diventi interessante vederle in chiave psicanalitica, in particolare in modo junghiano o, naturalmente, in modo freudiano. La spada… tutto il rapporto tra Elric e la spada è alla radice molto freudiano. E quindi sì, stavo pensando in questi termini e stavo anche pensando, come dicevi tu, che ogni uomo uccide ciò che ama, che sono abbastanza sicuro venga dalla Ballata del carcere di Reading, di Oscar Wilde, ma naturalmente viene anche dalla canzone pop You always kill the things you love. Può essere venuto anche da là.
E poi c’è anche un elemento di melodramma: ero molto giovane quando ho scritti i primi racconti con Elric, e mi vedevo in quel modo, in modo melodrammatico, come fossi un distruttore, perché le mie relazioni con le ragazze erano tempestose. A quell’età stai imparando… io ritenevo di essere una persona cattiva, e che fosse colpa mia quel che accadeva. Per cui ho messo questo, questa particolare angoscia, nei libri di Elric.

Con questo riferimento al suo personaggio più famoso si chiude la risposta di Michael Moorcock alla mia domanda. La moglie Linda, gentile e precisa, mi fa segno che il tempo a disposizione è concluso, e che altri giornalisti e rappresentanti di associazioni aspettano il loro turno…
Sospeso a metà fra la delusione per dovere interrompere la chiacchierata e la soddisfazione di averla potuta vivere in prima persona, mi accomiato da questo ospite d’eccezione, ringraziandolo per l’attenzione e la “generosità” con cui ha risposto. Avrò modo, poi, di re-incontrarlo in fiera, e di donargli una copia dell’ultima antologia del Trofeo RiLL, a mo’ di piccolo ricordo del nostro incontro.

Dovendo tirare le somme, posso dire di aver dedicato molto tempo, lo scorso ottobre, a Michael Moorcock e alle sue opere, essendo stato incaricato di scrivere il Super Trivial che ogni anno Lucca Games dedica al suo ospite d’onore. È stata, quella, un’occasione per un viaggio indietro nel (mio) tempo, di quando scoprii e lessi la saga di Elric di Melnibonè. Ero allora un liceale di belle speranze, e come RiLLino muovevo i primissimi passi (basti dire che nel maggio 1993 RiLL curò il suo primo torneo di Dungeons & Dragons, all’interno della convention romana Giocomania; per il mio “lavoro” di master ricevetti 20.000 lire, con cui comprai il secondo maxi-volume della saga, allora pubblicata dall’Editrice Nord).
Per questo, arrivato al cospetto di Michael Moorcock, ho cercato di cogliere l’occasione, di far uscire fuori  l’artista (non l’autore di questa o quella specifica opera) e, ancora meglio, l’uomo. Non credo sia (solo) merito mio, perché certamente il contributo di Moorcock è stato fondamentale, ma, sinceramente, penso di avere raggiunto l’obiettivo.
E ne sono fiero.

Le foto che corredano l'intervista sono di Alex Marchetti e Riccardo D'Antimi.
Gabriele Cenni, l'interprete, è sul lato sinistro delle immagini.

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