La fantascienza e le scienze sociali

di Fabrizio Scatena
[pubblicato su RiLL.it nel maggio 2010]


Esiste una stretta relazione fra fantascienza e scienze sociali. Questa affermazione è  cosa nota per appassionati, critici e lettori di un genere letterario di nicchia. Lo è meno per “i non addetti ai lavori”, o per chi predilige altri generi letterari.

Solitamente la fantascienza è associata a navi spaziali, robot e pistole laser. Ma negli ultimi due decenni, grazie anche ai contributi dell’industria cinematografica, si è diffusa nell’immaginario collettivo una fantascienza più sociale che tecnologica, proiettata in un futuro non troppo lontano. Pensiamo al mitico Blade Runner tratto da un romanzo di P.K. Dick o a Io Robot, dall’omonimo libro di Isaac Asimov; film come Robocop di Paul Verhoeven ed il recente District 9 di Neill Blomkamp trattano invece tematiche sociologiche sulla devianza e l’integrazione razziale.

Per capire meglio come la fantascienza si è avvicinata alla “società”, ma soprattutto alle scienze sociali, è utile rivisitare uno dei dibattiti interni al genere, avvenuto nel trentennio 1940/ 1970 nell’area anglosassone e americana, che vide la contrapposizione fra la fantascienza neopositivista e la fantascienza sociologica.

Possiamo definire neopositivista, o positivista, quella fantascienza per cui il progresso scientifico e tecnologico hanno il potere di risolvere i problemi sociali ed ecologici dell’uomo, migliorando costantemente le condizioni di esistenza.
Un esempio di questo approccio ottimistico è il magistrale Foundation di Isaac Asimov. Il capolavoro, apparso nel 1951 (ma che raccoglie racconti pubblicati nel precedente decennio), è un’immensa saga del futuro, una trilogia composta da Prima Fondazione, Fondazione e Impero, Seconda Fondazione, che si snoda attorno ad un tema centrale: l’autore immagina l’esistenza di un impero che ha colonizzato la Galassia.
Lo “psicostorico” Hari Seldon prevede, grazie alla sua scienza basata sull’analisi matematica degli eventi storici, il crollo dell’impero ed il ritorno ad un’era di barbarie. Decide quindi di creare due Fondazioni, agli estremi della Galassia, per ridurre a mille anni il periodo oscuro preannunciato. Seldon arrestato e accusato di complotto contro lo Stato, riesce a convincere i giudici che egli vuole soltanto preservare il sapere dell’Impero con una fondazione enciclopedica. In realtà dopo la morte dello scienziato, il suo team di enciclopedisti scoprirà che il loro capo non voleva creare un’enciclopedia, ma bensì modificare la storia.
È chiaro come Asimov assegni alla scienza (una sorta di sociologia matematica) una funzione positiva oltre che predittiva, un mezzo per pianificare in modo razionale lo sviluppo della società.

Ma dopo il 1950 le disposizioni epistemologiche della fantascienza cambiano rotta. Nel 1953 viene pubblicato I mercanti dello spazio, di F. Pohl e C.M Konbluth, considerato il primo grande successo della fantascienza sociologica.
Nel romanzo, un’allegoria satirica sugli eccessi e le distorsioni della società dei consumi, si narra la storia di Mitchell Courtnenay, un mago del marketing a cui viene assegnato dall’agenzia per cui lavora un progetto importantissimo: la colonizzazione di Venere.
La Terra è sovrappopolata, lo spazio e nuovi mercati come quello di Venere sono beni preziosi da conquistare. Grazie alle sue doti da pubblicitario e alla caparbietà da “uomo del capitalismo”, Mitchell Courtneay avrà pieno successo e realizzerà il progetto di colonizzazione.
Anche in questo caso gli autori statunitensi mettono in risalto l’uso da parte del protagonista di discipline come le scienze della comunicazione ed il management, considerate veri e propri strumenti operativi per la colonizzazione commerciale e culturale di una società aliena.

Entrambi gli approcci, neopositivista e sociologico, seppur da angolazioni diverse, assegnano un peso rilevante alle scienze sociali come mezzi per analizzare, criticare e modificare la società.
Ma nella nostra società, parlo di quella italiana, esistono ancora timori riguardo alla scienza intesa come modo per capire il mondo e i suoi processi, come mezzo per risolvere problemi pratici, come veicolo per liberarsi da condizionamenti di altra natura, primo fra tutti quello esercitato dalla religione oggi, se è vissuta senza spirito laico.

Una società che si definisce laica dovrebbe valorizzare al massimo la scienza, metterla al primo posto. Non sarebbe una cattiva idea inserire alcune opere di fantascienza nei programmi scolastici, già dalle scuole primarie, per stimolare la curiosità dei più giovani verso un modo di vivere la vita che si avvale di concetti come l’osservazione dei fenomeni naturali e sociali, il metodo empirico e l’esercizio sistematico del dubbio per fare nuove scoperte.
Ma forse sto parlando di fantascienza…

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