Le storie nascono e si sviluppano da un comune sentire

Intervista a Pierdomenico Baccalario, sulla scrittura in gruppo
di Alberto Panicucci
[pubblicato su RiLL.it nel luglio 2011]


Pierdomenico Baccalario
è un autore molto letto dai più giovani, che lo conoscono per i libri di Ulysses Moore, protagonista di oltre dieci romanzi, pubblicati in Italia (da Piemme) e all'estero.

Dai tempi de La strada del guerriero, il suo primo romanzo, sono passati poco più di dieci anni, e oltre cinquanta libri (l'ultimo dei quali è Lo spacciatore di Fumetti, edito da Einaudi). Molti di questi Pierdomenico li ha scritti a più mani, in particolare con Alessandro Gatti, con cui ha firmato le serie Candy Circle (dieci titoli, Mondadori) e I gialli di Vicolo Voltaire (sei libri, Piemme).

Davanti a simili numeri, parlare con Pierdomenico di scrittura a più mani sarebbe abbastanza ovvio (tanto più che è una vecchia conoscenza RiLLica, viste le comuni ascendenze ludiche, nonchè, dal 2010, un giurato del Trofeo RiLL).
Il nostro, però, è anche membro degli Immergenti, affiatato e agguerrito gruppo di autori che collaborano e si supportano l'un l'altro. Di loro ha parlato, proprio in questi giorni, La Repubblica.... e, prima di passare all'intervista con Pierdomenico, è proprio il caso di citare qualche passaggio del loro manifesto di lavoro:
"...Noi continuiamo a immergerci in ciò che ci circonda per costruire castelli nel cielo. Sappiamo sì essere realistici ma, parafrasando Rodari, abbiamo anche il coraggio di essere fantastici. [...] Non siamo un collettivo di scrittori. Crediamo fortemente nella differenziazione delle persone, dei contenuti e degli stili, ma condividiamo il lavoro preparatorio e le esperienze editoriali. Ci piacciono i buoni ristoranti e non ci piacciono le riunioni. [...] Fondamentalmente siamo dei creativi che sono orgogliosamente amici tra loro".

E adesso... passiamo all'intervista!

Tu sei senza dubbio un autore prolifico. E le tue opere sono sia frutto del tuo solo lavoro che scritte a più mani... come fai a passare così facilmente da una “modalità” all’altra di scrittura?

In realtà anche quando lavoro da solo mi confronto e lavoro in gruppo. Forse per via dell’esperienza del gioco di ruolo, dove ogni storia era il frutto di uno sforzo immaginifico collettivo, ho creato una modalità di lavoro di grande condivisione, con set-up e plot messi su Dropbox e letti e analizzati dagli altri membri del nostro gruppo.
Il nostro manifesto di lavoro è su www.immergenti.it

Quando “dietro” a un romanzo ci sono più autori occorre trovare un punto d'incontro fra i diversi contributi e proposte (per il soggetto, la trama, i personaggi…).
Nella tua esperienza, come viene affrontata questa fase?

Con una pizza. Ho lavorato in gruppo solo con amici che sono diventati autori o con autori che sono diventati amici. Credo che il legame tra gli autori sia imprescindibile per poter lavorare insieme.
Le storie nascono e si sviluppano da un comune sentire, indirizzato verso uno scopo finale. I personaggi, poi, hanno libertà d’azione e caratteristiche diverse, ma la trama si sviluppa con grande facilità.
In quanto alla scrittura, cioè alla qualità del testo, è un altro discorso: uno dei due autori deve dare la linea, l’altro imitarla.

Molto interessante questa tua ultima affermazione sulla scrittura… puoi dirci di più?

Di solito cerchiamo di individuare chi dei due autori debba fare la parte trainante. Quando scrivo con Alessandro Gatti un romanzo giallo, di solito è lui a farlo e a dare i tempi, perché è un giallista. Se invece siamo sull’umoristico, tempi e omogeneità del testo dipendono più da me.
Ovvero: credo che nella scrittura a due uno degli autori debba trainare di più l’altro, che quindi fa quasi da spalla, anche se poi effettivamente lavorano tutti e due moltissimo. Ma uno è più sicuro del suo genere e l’altro lo asseconda. Ecco perché, di fatto, è Elena (Peduzzi, NdP) a scrivere gli episodi importanti delle storie d’amore, e io a sistemarle e a mettere a posto l’intero libro.

E per le fasi di scrittura e revisione come procedete?

Il nostro modo di scrivere è: parte uno dei due, fa due capitoli, li gira all’altro che ha diritto a riscriverli completamente come vuole, poi deve aggiungerne altri due, e ripassare la palla.
Il fatto di non potersi ribellare alle modifiche dell’altro, una volta digerito, è un modo che amalgama bene le diverse sensibilità. Ma è per questo motivo che insisto sull’amicizia di fondo. Perché si traduce in rispetto.

Tu scrivi romanzi per ragazzi. Questo pone dei vincoli o limiti particolari?

La scrittura per ragazzi è come un imbuto, in cui la storia deve essere schiacciata dal lessico disponibile.
Mi spiego: scrivere per i ragazzi significa sottrarre parole, perché non si può attingere all’intero vocabolario di possibilità, ma solo a quelle più comprensibili. Quindi c’è meno il problema della differenza di stile, quanto quello della sensibilità sul punto di vista: come renderlo interessante, come renderlo comprensibile, cosa raccontare e cosa no.

Nei tuoi lavori di gruppo hai avuto molti “compagni di viaggio”. Penso a Elena Peduzzi, al cartoonist Enzo D’Alò o al regista Gaston Kaborè, e al già citato Alessandro Gatti. In che misura il lavoro è cambiato, a seconda del co-autore che hai avuto accanto?

Il lavoro più bello è stato senza dubbio quello con Elena, perché condividevamo una vita in comune, e quindi è stata una scoperta emozionante. Con Alessandro c’è un antico divertimento che risale ai tempi del liceo (abbiamo frequentato lo stesso classico) e con Enzo e Gaston l’emozione di mettersi alla prova su un territorio mitico come quello africano.
Con ognuno l’approccio è stato però molto simile: si parte dai personaggi, si conosce l’ambiente e si osserva, mentre ci domandano di agire secondo le loro caratteristiche. E si descrive cosa fanno, e cosa pensano. Quasi sempre, se si sono fatte bene le prime due parti, si scopre che per entrambi gli autori i personaggi fanno e pensano esattamente le stesse cose.
Aggiungo di aver scritto un libro con Davide Morosinotto ("Un biglietto per chissà dove", sciaguratamente tradotto in Italia come Maydala Express) dove ci siamo invece stupiti di perdere continuamente la trama per seguire fili inaspettati e, si potrebbe dire, uno non accreditato con Jacopo Olivieri, Massimo Cracco e Tommaso Percivale, nel senso che abbiamo creato insieme tutta la trama di una storia, nei minimi dettagli, che poi però ho scritto solo io, e ho ringraziato loro in coda al libro (Cyboria). Ho poi “usato” un racconto di Christian Antonini, con il suo consenso, per scrivere La bambina che leggeva i libri. Quindi, come vedi, il lavoro di gruppo mi piace!

Tu sei nello staff di Atlantyca, che fra l’altro cura la linea Geronimo Stilton, uno dei fenomeni editoriali degli anni recenti. Io immagino Atlantyca come un punto di incontro e interazione professionale tra tanti creativi (scrittori, editor...). Anche questa collaborazione ti ha insegnato qualcosa sul lavorare insieme?

Sono un consulente esterno. Cerco scrittori e cerco di dare loro delle istruzioni e dei metodi di lavoro. Come in un’officina meccanica bisogna sapere fare un po' di tutto, e capirne di elettronica, di bulloni e di motori, così credo che nell’ambiente editoriale sia utile conoscere sia i meccanismi dei prodotti commerciali, sia quelli dell’editing, sia quelli dei romanzi d’autore. Nel giornalismo, magari, si arriva a scrivere editoriali importanti passando prima per la sezione necrologi e per la cronaca nera.
Ognuno, provando, scopre la sua vocazione.
E ti assicuro che ci sono FIOR FIORE di autori, di cui non posso rivelare i nomi, che, quando vogliono divertirsi e scaricare la tensione, chiedono di poter partecipare anonimamente a progetti commerciali.

Noi due ci conosciamo da tanti anni, per la comune passione per i giochi, di ruolo e da tavolo. Pensi che questo abbia influenzato la tua scelta di fare lo scrittore? E, quando scrivi, “porti con te” qualcosa del tuo essere giocatore?

Senza dubbio. Sono un giocatore e ora gioco con le storie.
Il gioco mi ha insegnato una cosa fondamentale: trasformare ogni problema in un piccolo gioco ti consente, fissate le regole, di puntare a un obiettivo o a un premio. Arrivare a un premio ti far star bene. Per me, il premio è la riga finale di ogni mia storia.

Si sente dire, alle volte, che scrivere è un mestiere solitario, che si scrive per se stessi, e che scrivere sia sofferenza, fatica... Tu come vedi il tuo mestiere?

Sono naturalmente un orso quando scrivo, e mi abbrutisco di caffè. Per il resto, non credo che si scriva per se stessi, ma che sia una forma ipocrita di insicurezza.
Scrivere è una gioia molto faticosa. Ma non è la sola parte del lavoro: gli incontri con i lettori, i festival, i buoni rapporti con gli editori sono fondamentali. Non credo che gli autori possano limitarsi a scrivere. Devono anche far viaggiare un po’ le loro storie, magari raccontando perché hanno sentito l’esigenza di scriverle.

Un'ultima domanda. L’anno scorso, a Lucca Games, avevi lo stand davanti a quello di RiLL, e ti ho visto interagire con tanti tuoi giovani lettori. Com’è il tuo rapporto con loro?

Ottimo, almeno credo.
Non insegno loro nient’altro che ad avere coraggio, a muoversi (fisicamente e mentalmente) e a non aver paura di sporcarsi. In un mondo che si sta virtualizzando e anestetizzando sempre di più, dove per la prima volta dalla storia dell’umanità più del 50% degli uomini vive in città anziché nell’ambiente naturale per cui siamo stati “programmati” a vivere, o loro ricominciano a maneggiare la materia, ad arrampicarsi, sbucciarsi le ginocchia e a cadere, o diventeremo davvero tanti burattini. Che è peggio di essere dei robot: perché i robot, almeno, hanno una batteria. Mentre i burattini hanno fili invisibili, che li scuotono all’improvviso senza un motivo apparente.

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