Perchè gli scrittori di fantascienza fanno gli esperimenti del pensiero?

Ovvero: la fantascienza non è un pronostico, ma una descrizione...
di Fabrizio Scatena
[pubblicato su su RiLL.it nel giugno 2012]

Gli autori dai fantascienza sono dotati di una preziosa competenza. Sanno creare, condurre e controllare gli esperimenti del pensiero.
Un esperimento del pensiero consiste nella manipolazione e nel controllo di variabili narrative di tipo sociale, culturale e ambientale attraverso cui gli autori, o le autrici, riescono a rappresentare altri mondi, diversi da quelli in cui trascorriamo la nostra quotidianità.

Per capire meglio in cosa consiste un esperimento del pensiero, rivolgiamoci ad una grande autrice di fantascienza come Ursula Kroeber Le Guin. Attraverso gli esperimenti del pensiero l'autrice americana descrive infatti nei suoi romanzi dei mondi immaginari, ma con molti punti di contatto con il nostro mondo quotidiano.
Nel suo magistrale ed introvabile saggio Il Linguaggio della Notte, edito nel 1986 da Editori Riuniti, Le Guin afferma: “Il fine di un esperimento del pensiero, secondo l’uso che del termine facevano Schrodinger e altri fisici, non è quello di predire il futuro (…), ma quello di descrivere la realtà, il mondo contemporaneo. La fantascienza non è un pronostico, ma una descrizione”.  

Il fine degli esperimenti del pensiero è di provocare nel lettore quell’effetto che nel gergo fantascientifico (e non solo, NdP) viene definito straniamento: lo straniamento consiste nella presa di distanza dalla realtà per poterla vedere meglio.
E’ a partire dal confronto con un mondo immaginario, popolato da razze e da culture aliene, che il lettore ha la possibilità di ridefinire il suo sguardo e quindi di “riflettere”, grazie allo sganciamento dalla realtà attuato durante l’esperienza di lettura, su questioni socio-culturali del suo mondo, potendole vedere con più chiarezza.

A questo proposito nel saggio di antropologia I fabbricanti di alieni del 1993 (pubblicato in "Il sapere dell'antropologia. Pensare, comprendere, descrivere l'Altro", a cura di U. Fabietti, ed. Mursia), due studiosi come Dei e Clemente, affrontando il problema della descrizione etnografica hanno accostato, con la dovuta cautela, antropologia e narrativa fantastica.
Per gli autori, sia nella descrizione etnografica che in quella fantascientifica, si ha il problema di produrre una rappresentazione dell’alieno e della sua società, che da una lato ne renda visibile la diversità, e dall’altro la renda intelligibile all’interno di un sistema di riferimenti linguistici e simbolici familiari per i lettori.

Infatti, per quanto lo scrittore di fantascienza ne possa sottolineare le differenze, l’estro della sua immaginazione è sempre circoscritto nei confini del sapere di fondo che condivide con i suoi lettori. Per risolvere questo aspetto della creazione letteraria, l'autore spesso utilizza alcune strategie retoriche per la costruzione dell’alieno e del suo mondo.
Una di queste, forse la più tradizionale nella fantascienza, ricorre al mito e alla sua capacità di trasformare gli uomini in esseri fantastici che vivono in modelli sociali simili a quelli umani.
A questo proposito Dei e Clemente prendono proprio come esempio La mano sinistra delle tenebre di Le Guin, evidenziando come in quel caso l’autrice abbia prodotto una sorta di antropologia immaginaria.  I reietti dell'altro pianeta, noto anche come Quelli di Annares, è un altro famosissimo libro della scrittrice americana che costituisce una pietra miliare nella costruzioni di mondi immaginari, altrettanto utile per sperimentare l'effetto di straniamento.

Tornando agli esperimenti del pensiero, e prendendo spunto dalla Le Guin, si capisce come riesca a mantenere, attraverso il linguaggio della fantascienza e delle scienze sociali, un’incessante tensione tra l’effetto di straniamento (lo spostamento del lettore in un mondo alieno) e l’effetto di comprensione (l’espressione di significati familiari per il lettore). 
E a proposito della dialettica fra mondo reale e mondi immaginari, la scrittrice, nel saggio del 1977 intitolato Cosmologia fatta in casa, sosteneva che: “Questo tipo di costruzione di mondi è un esperimento del pensiero, eseguito con la cautela e nello spirito controllato e ricettivo dell’esperimento. Gli scienziati e gli scrittori di fantascienza inventano mondi in modo da poter rispecchiare, e perciò spiegare, e forse glorificare, il mondo reale, la creazione oggettiva. Più la loro opera è strettamente somigliante all’originale, e quindi ne illumina la solidità, la complessità, la straordinarietà e la coerenza, più sono felici”.

In ciò Le Guin è molto vicina al posto che il fisico viennese Mach assegna all’esperimento mentale nella sua antropologia filosofica.
Per Mach: “Il sognatore, il costruttore di castelli in aria, il romanziere, il poeta di utopie sociali o tecniche, sperimentano mentalmente, così come lo fanno il commerciante, l’inventore e lo scienziato. Essi si figurano delle circostanze, e a tale rappresentazione connettono l'aspettativa, la previsione di certe conseguenze: fanno un esperimento mentale (…). L'esperimento mentale, che si ottiene variando mentalmente i fatti, precede l’esperimento fisico e lo prepara, ne è anzi una condizione preliminare: ogni sperimentatore deve avere in testa una disposizione ordinata prima di tradurla in atto (…). Di solito esso contiene meno dell’esperienza, la riproduce solo schematicamente, e a volte anche con un’aggiunta involontaria”.

Mach accosta il romanziere allo scienziato e l'uomo d'affari, affermando che ci sono delle somiglianze rispetto al modo di ragionare e operare di figure che applicano (in campi disparati come la scienza, il commercio e l’arte) le specifiche capacità tecniche e cognitive.
L’analogia fra scienziato, uomo d'affari e scrittore (anche di fantascienza) proposta dal fisico viennese potrebbe trovare un riscontro significativo nei mondi leguiniani che, pur se immaginari, mantengono sempre un legame con il mondo reale.

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