Arancia(ta) Meccanica

Davide Lamanna incontra Stanley Kubrick...
[pubblicato su RiLL13, marzo 1999]


Probabilmente non ne avrei mai parlato a nessuno se non ci fosse stata la sconvolgente notizia del 7 marzo scorso, ma la morte del più grande regista della storia del cinema mi ha indotto a diffondere questa incredibile storia che l'estate scorsa mi ha visto fortunato protagonista.

Sapevamo che Oslo non era di certo una bella città, perciò quella mattina, appena arrivati alla stazione, Franz ed io ci mettiamo subito a cercare il primo treno per Narvik (città del nord della Norvegia, NdP). La via per arrivare a Capo Nord era ancora lunga e non ci restavano ormai molti giorni. Ma alla biglietteria ci informano che il treno delle 18:30 (l'unico per Narvik), era già tutto prenotato.
Dovevamo passare la notte nella squallida città di Oslo e partire il giorno dopo.

Fortunatamente alcuni ragazzi olandesi incontrati ad Amburgo ci avevano dato una dritta: non lontano dalla capitale norvegese, sulle verdeggianti colline di Ekeberg, si possono fare passeggiate immersi in un incantevole paesaggio naturale.
Senza pensarci due volte decidiamo di andare. Sistemati i bagagli ed acquistato un giornale italiano del 26 luglio (due giorni prima), saliamo sul trenino metropolitano.

Leggendo il giornale trovo un articolo su Stanley Kubrick in occasione del suo compleanno. 70 anni.

E' incredibile! Forse a causa della sua vita solitaria e lontana dai riflettori, o forse per la spinta vitale verso il futuro che riesce ad imprimere a tutti i suoi film (solo 12, ma 12 capolavori), è davvero difficile immaginarlo vecchio.
Informo Franz della cosa.
Anche lui è un grande fan del geniale regista americano. ravamo andati insieme a rivedere Arancia Meccanica, riproposto sul grande schermo, qualche settimana prima. Ne eravamo rimasti entusiasti, vuoi per l'effetto di notevole impatto che il cinema riesce a darti, rispetto alla TV, vuoi per l'occhio più maturo col quale l'abbiamo visto.

Nell'articolo si parla ovviamente di Eyes Wide Shut, il film cui sta lavorando da circa due anni tra continui problemi di cast, rinunce, sostituzioni, insoddisfazioni del regista e estenuanti ritorni e modifiche su scene già girate.
Tutto chiaramente accompagnato dalla paziente attesa degli spettatori, ben consapevoli che ad un capolavoro non si può mettere fretta.

Sembra inoltre che Kubrick non abbia abbandonato il progetto di A.I. - Artificial Intelligence , film ambientato in un futuro in cui lo scioglimento delle calotte polari ha sommerso quasi tutto il pianeta e robot intelligenti svolgono tutto il lavoro. Anzi, pare che continui a lavorare girando per due mesi ogni cinque anni, per seguire l'invecchiamento naturale del giovane protagonista, Joseph Mezzello (Jurassic Park).
Franz mi dice che secondo lui più che indiscrezioni sono montature della stampa. In ogni caso, se fosse vero non ne sarei sorpreso: in fondo si parla di un genio.

Arrivati al capolinea inizia la nostra lunga passeggiata: venti chilometri all'ombra di una lussureggiante vegetazione, lungo sentieri che costeggiano laghi, tra intensi odori e rilassanti silenzi. Continuiamo a parlare di Kubrick.

Di Arancia Meccanica, Franz sottolinea la latente denuncia che il regista sembra operare contro le lobotomizzazioni che proprio in quegli anni imperversavano (ci furono casi clamorosi in Svezia).
Secondo lui l'idea centrale del film è la questione del libero arbitrio e della perdita di umanità conseguente dalla privazione della scelta personale tra il bene e il male.

Invece la mia lettura si sofferma più sul tema della follia violenta e dell'inconscio e sulla superba tecnica cinematografica con cui sono trattati. Si vede chiaramente che i colori della scena cambiano drasticamente, come se il film fosse diviso in due parti ben distinte.
Nella prima, tonalità accese all'inverosimile sottolineano gli arredamenti e gli abiti bizzarri. Si tratta di colori a tinta unita e psichedelica, arancioni e rossi ben definiti, bianchi sparati, gialli intensi, tutti coprenti e senza chiaroscuri, a dare un effetto bidimensionale.
Certo, si potrebbe dire che la moda dell'epoca privilegiava queste caratteristiche, ma fermarsi a ciò sarebbe limitante. Una simile scenografia è decisamente l'ideale per fare da sfondo alle scene di violenza, praticata con quel certo piacere viscerale proprio dei folli (o dei puri, il che è lo stesso).
Anche i genitori di Alex (il protagonista), ed in special modo la madre, lamentosa ed ingenua, hanno un modo di vestire quantomeno curioso.
Le situazioni che si presentano sono tutte euforiche, paradossali, talvolta ridicole.
Lo strano linguaggio usato dai Drughi (nadsat language) sottolinea ulteriormente tutto questo.

Nella seconda parte ("la parte lacrimogena della storia", per dirla come Alex) c'è una svolta radicale.
Colori smorti, indumenti convenzionali, abitudini consolidate diventano le caratteristiche delle scene del film, il quale appare ora quasi un ritratto della vita di tutti i giorni.
Come è diversa la casa cui "il nostro affezionatissimo" fa ritorno. Solo la mamma conserva ancora quella antica vivacità, come se il rinnovato Alex riuscisse a rivedere in lei, sua madre, quel sopito delirio di violenza che brancolava nel suo animo.
Anche nella squallida atmosfera del carcere era rimasto un elemento di colore acceso: il nastro rosso al braccio del protagonista, quasi un segno della natura del suo animo, solo per il momento sedato.

Alex rappresenta l'inconscio dell'uomo nel suo stato naturale. Lo società dapprima gli impone un freno e infine (dopo la "cura Ludovico") lo conduce alla nevrosi. Ma è impossibile pensare di piegare a tal punto l'animo umano, privarlo di tutte le sue serpeggianti idee maniacali.
E infatti Alex, mentre legge la Bibbia, che rappresenta il freno, immagina di guidare le truppe dell'esercito di re David o di essere tra i torturatori di Cristo.

Alla fine il protagonista guarisce e, quando la psicologa (una tipa dal sorriso stereotipato e dall'aria svanita) gli sottopone dei fumetti senza testo, si diverte a completarli facendo delle allusioni piuttosto esplicite.
E cosa mette in evidenza questo cambiamento? Un colore, anche stavolta! I capelli della psicologa, infatti, sono di un eccentrico viola.

Franz non sembrava troppo d'accordo e allora io rincaro la dose. Finché la vista del bar di un punto di sosta ci distoglie dalle nostre accese discussioni.

Decidiamo di sdraiarci a riposare sul prato antistante. Intorno a noi è pieno di tranquille famiglie in gita domenicale.
E' incredibile come la pace e il silenzio regnino, nonostante la presenza di bambini. Ci sono molte ragazze distese a prendere il sole. Più in là, su un ponticello di legno, qualcuno si rinfresca i piedi nelle gelide acque di un laghetto. Il tepore del pomeriggio, unito alla palpabile quiete del paesaggio, ben presto ci rapiscono, tanto che ad un certo punto mi volto verso Franz e lo trovo addormentato.

Ero stanco, ma non avevo voglia di dormire.
Così mi alzo un po' annoiato e mi dirigo verso il baretto, un locale carino, con i tavolini fuori.

Ero attratto dai particolari colori degli ombrelloni, aperti solo su alcuni tavoli; erano di un blu così acceso da stonare non poco con l'ambiente circostante.

Ad un tratto intravedo un tipo che assomiglia a Kubrick. Mi viene da ridere pensando di essere stato suggestionato da tutti quei discorsi. Però guardando meglio la somiglianza mi sembra veramente notevole.
Sul giornale c'erano delle foto che avevo osservato a lungo e comincio a credere di non sbagliarmi.

Lo so, l'idea è folle; che cosa ci fa Kubrick ad Oslo? Perché avrebbe dovuto lasciare la villa nella campagna dell'Hertfordshire, fuori Londra, dove vive da 30 anni? orse era venuto a festeggiare il suo compleanno. Molto strano, però.
Il giornale diceva che la sua vita privata è strettamente segreta. Sembra che viva sempre più solitario e ossessionato dalla precisione nel suo palazzo del XVIII secolo, immerso in un chilometro quadrato di verde e protetto da possibili intrusioni da quattro cancelli elettrici.

Se è costretto a uscire da quello che è ormai definito "Castello Kubrick", il regista prende tutte le dovute precauzioni.

Dopo un po' che lo fissavo, si gira verso di me, probabilmente sentendosi osservato. Distolgo subito lo sguardo. "Se fosse lui non gradirebbe affatto essere riconosciuto pubblicamente", penso. Ma non potevo restare col dubbio.

Adocchio un tavolo vicino al suo che si sta liberando proprio in quel momento e mi precipito.
Stava con un tipo perfettamente sbarbato, con un modo di parlare frenetico e di aspetto visibilmente preoccupato. "Lui" era più rilassato, dietro la barba e dei grossi occhiali da sole, ma in ogni caso scuro in volto. Parlavano in inglese, ma questo non era certo sufficiente.
Presto ascolto ai loro discorsi.

Mi pare che il primo si rivolga all'altro chiamandolo Stan. Non capisco tutto bene, ma mi sembra che se la prendano con una serie di persone: una donna delle pulizie, un giardiniere, un elettricista, tutti con il vizio di parlare troppo.
Comincio a pensare che si tratti di addetti alla manutenzione del suo set, colpevoli di aver fatto filtrare delle indiscrezioni. Ho letto che lui è sempre molto severo con questo genere di fenomeni e che licenzia su due piedi chi è sorpreso a scattare foto sul set.

Vedo il cameriere che si avvicina al mio tavolo e decido che è il momento di fare la verifica finale.

"What can I bring you?", mi chiede.
"A Clockwork Orange Juice", rispondo risoluto e ad alta voce.

I due smettono di parlare, si girano verso di me e cominciano a fissarmi, immobili. Dico al cameriere, che non capisce l'ordinazione, che un'aranciata semplice va altrettanto bene, e incrocio i loro sguardi attoniti.
Dopo alcuni interminabili secondi, con un sorriso e un "Don't worry", faccio capire che non ho intenzione di disturbarli. I due tornano a gustare i loro gelati, ma in silenzio.

Dopo un po' mi decido: sposto la mia sedia e chiedo di potermi sedere al loro tavolo. Il tipo sbarbato guarda l'altro con aria interrogativa, ma quello mi fa cenno di sì con la testa.
Rompo il ghiaccio dicendo: "Lei è il miglior regista della storia del cinema".
Kubrick non si scompone e abbozza un sorriso.

Comincio a parlargli di Arancia Meccanica e della sua ricomparsa sul grande schermo. Gli dico la mia idea sui colori e sulle due parti, cercando di spiegarmi alla meglio con il mio stentato inglese e chiedendo se fosse giusta.
Lui mi fredda.

"Odio che mi si chieda di spiegare come funzioni un mio film, cosa avevo in mente e così via. L'ambiguità è inevitabile, ma è l'ambiguità di ogni arte, di un dipinto, di un pezzo musicale. Spiegarli non ha senso. Ha solo un superficiale significato culturale, buono per i critici e per gli insegnanti che devono guadagnarsi da vivere".

Si interrompe. Mi sento terribilmente umiliato e rimango in silenzio, finché riprende a parlare.

"Comunque…" riprende ora più calmo e rilassato "Devo riconoscere che si tratta di una lettura del film molto intelligente. Si può dire che è vicino a quello che volevo esprimere. Su Arancia Meccanica si è scritto e detto molto. Mi sorprende sentire una cosa del genere solo oggi, a 27 anni dalla sua uscita".

"Grazie. Questo è il più bel complimento che poteva farmi".

Il regista mi guarda compiaciuto del mio aspetto inorgoglito.

"Ora scusa, ma dobbiamo andare" dice infine.
"Certo, certo".
"Come ti chiami?"
"Dave"

Ci alziamo tutti. Il tipo che era con lui provvede a pagare il conto e si propone per pagare anche il mio.
Rifiuto con decisione e torno al mio tavolo. Ero emozionato, ma ancora non realizzavo esattamente quello che mi era capitato.
Mentre guardo lo scontrino e preparo i soldi, mi sento chiamato. Kubrick e il suo amico mi fanno cenno con la mano dal prato appena fuori il locale.
Lascio frettolosamente i soldi sul tavolo (non voglio neanche sapere quanto gli ho lasciato di mancia, accidenti!) e li raggiungo.
Facciamo quattro passi insieme e il maestro mi rivela una cosa incredibile, chiedendomi però di non dirlo a nessuno prima dell'uscita del suo nuovo film (comprendetemi: come potrei tradirlo?). Poi ci salutiamo.

Corro verso Franz. Lo trovo in piedi, con un aria imbronciata e le mani, unite come per pregare, che vanno su e giù. Mentre mi avvicino penso a come avrei mai potuto farmi credere.
Ma non importa. Certe cose basta viverle.

Kubrick ha lasciato a tutti il suo prezioso patrimonio cinematografico, ma l’eredità che è toccata a me ha un valore inestimabile.

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