A.I.: Da Kubrick a Pinocchio a Steven Spielberg

Una recensione molto personale
di Alberto Panicucci
[pubblicato sul RiLL.it nel marzo 2003]


Questo è l’articolo più strano che io abbia mai scritto.

Tutto comincia quando, poco tempo fa, noleggio un film italiano, Luce dei miei occhi. Che non mi delude, anzi. Ma che fa nascere in me una curiosità: qual è il libro di fantascienza che Antonio, il protagonista, legge in tante scene?

Faccio le mie ricerche e scopro che il romanzo non esiste. E’ stato “scritto” per il film da Giuseppe Piccioni (il regista) e gli altri sceneggiatori.
Me lo “dice” Giuseppe Lippi, responsabile di Urania, sul numero 1426 della collana, in cui è pubblicato Mater Maxima (di Donato Altomare, premio Urania 2000) e un reportage dal Festival di Venezia 2001, dove Luce dei miei occhi era in concorso e dove venivano pure presentati A. I. di Spielberg e Fantasmi da Marte di Carpenter.

Confrontando questi due film, la giornalista di Urania esprime le sue preferenze per quello di Carpenter. E si aggiunge, legittimamente sia chiaro, alla lunga lista dei critici poco convinti dal film di Spielberg.
Che, invece, a me è piaciuto, mi ha colpito molto. Così, eccomi qui a parlarne.

Io penso che l’elemento centrale del film di Spielberg, come anche dei tre racconti di Brian Aldiss che lo hanno ispirato (soprattutto il primo), sia la vita. Intesa come il bisogno che noi uomini (esseri viventi senzienti) abbiamo di averla intorno, di crearla se possibile, e di convivere con le altre forme di vita che ci circondano.

Non a caso, il personaggio più bello, oserei dire centrale, dei racconti di Aldiss è la madre.
Una donna di 29 anni, che vive in una casa che è una proiezione computerizzata di immagini e ambienti accoglienti e meravigliosi, con un “figlio” androide che è un bambino a tutti gli effetti, coi suoi bisogni, la sua stanzetta, i suoi pensierini, i suoi giocattoli (anch’essi robotici, come Teddy, l’orsetto).
Questa giovane donna vive in un ambiente che ricrea perfettamente (anzi, è la versione “utopica” di) quello delle famiglie “normali” dei giorni nostri… ma sa che la realtà è ben diversa.
Il suo orologio biologico le dice che invecchia di giorno in giorno e le limitazioni legali alla procreazione le fanno temere che non potrà mai essere, davvero, madre. La finzione che la circonda, per lei, è evidente (perciò la sua sensibilità al passare del tempo è forse addirittura esagerata); in particolare, “sente” che David è un droide bambino perfetto, ma non un vero figlio (perché non invecchia mai, al contrario di lei… e anche questa differenza contribuisce a creare l’angoscia per lo scorrere del tempo).
David è “solo” il frutto di una finzione perfetta, che riproduce però solo un istante (un periodo) della vita di ognuno di noi umani. Niente di più.

Il padre di David è invece un personaggio molto meno interessante. Nella finzione ci vive benissimo, non capisce i problemi della moglie… facendo della (facile?) sociologia potrei dire che la differenza fra i due personaggi è nel fatto che solo uno dei due (la donna) dà la vita, ha con essa un rapporto profondo, “organico”, e quindi percepisce la sua assenza, l’insufficienza della vita artificiale.

Tutto questo, a ragion del vero, nel film di Spielberg non c’è. Spielberg tradisce il racconto (e giustamente, perché è un Autore e ha il diritto/ dovere di usare la sua creatività nella sua Arte, che è il Cinema, non la Letteratura!).
Nel far questo, da una parte banalizza (la coppia ha un figlio, malato… e David viene attivato per sostituirlo, quasi come un rimedio, un sostegno per un momento difficile… ancora una volta, però, più sentito dalla moglie che dal marito). Ma, dall’altra, coglie (propone) una nuova problematica: il rapporto fra le forme di vita.

Perché, quando il figlio vero (Martin) guarisce e torna a casa, appare presto chiaro che la convivenza fra i due non è possibile. E non è solo “invidia” tra fratellini: è la loro differente natura.
I mecha e gli orga (cioè i droidi e gli umani) sono diversi, seppure uguali (inquanto vivi). E non possono convivere “alla pari”… perché una forma di vita scaccia l’altra.

Nel film, sono Martin e i suoi amici a emarginare David, ma lo schema si ripete anche fuori dal contesto familiare, come un breve sguardo sul “resto del mondo” conferma (pensiamo al personaggio di Jude Law).
L’amore della mamma non riesce, non può, superare questa diversità.
E per questo David, che all’inizio si ritiene umano, desidera diventarlo (una volta scoperto di non esserlo), e ancor di più (ovviamente) dal momento in cui viene abbandonato.

E questa è la grande differenza col Pinocchio di Collodi, che vive in un mondo (di favola, quindi “comparabile”) in cui tutti accettano la sua natura di burattino, e che desidererà divenire bambino vero solo per essere migliore… ma sapendo sempre che il suo Geppetto lo ama già.

Il film di Spielberg, a me, è parso un grande inno alla vita, intriso di una pietà profondamente umana (cristiana?). David non è umano, ma è vivo… e per questo chiede amore e spazio (per questo, se vogliamo, ha anche diritto ad avere queste cose). Ma chi lo circonda non è disponibile ad accettarlo, e lo emargina, pur avendolo creato.

E’ uno schema, in qualche modo classico, che ritroviamo nella storia di tante comunità diverse dal “normale” che hanno combattuto o combattono tuttora per i propri diritti (neri, gay…). Ma questo discorso “sociologico” è troppo ampio per questo articolo, e nel film è presente solo implicitamente (dal dolore di vedere l’emarginazione nella vita di qualcun altro, però, può forse arrivare la "catarsi", cioè un approccio più tollerante verso i “diversi”).
Quindi lasciamo perdere questo spunto, su cui pure si potrebbe riflettere.

L’inno alla vita, dicevo.
Un film che contiene un messaggio di tolleranza, di amore, se vogliamo.
Non è poco per un “semplice” film di fantascienza, un blockbuster (mancato, per inciso).

Un film imperfetto, però.
La prima ora quasi teatrale, lenta e introspettiva. Poi un’altra ora più movimentata, con effetti speciali e avventure… due parti troppo diverse, e di sicuro non ben amalgamate.
E poi il finale, che riprende la prima parte.

Si è molto discusso del finale.
Di certo, Spielberg ha avuto coraggio.
Ha messo in fila una serie di splendide scene (David che affonda nell’oceano, David davanti alla Fata Turchina nel luna park, David che porge la ciocca di capelli della mamma alla Fata degli alieni…), un paio delle quali davvero belle da un punto di vista iconografico, e tutte degne di chiudere il film.
Ma ha continuato a raccontare.

Io mi sono commosso, alla fine.
Ho trovato terribilmente fuori luogo la spiegazione tecnica dell’alieno a David sul perché non possono ridargli la mamma per più di un giorno (dico fuori luogo perché la spiegazione non fila affatto e poi, scusate, i perché e i per come non interessano a nessuno: al cinema quel che conta è la storia, le emozioni!).
Ho pensato che, al momento della comparsa degli alieni in una Terra ormai senza uomini, il finale più ingegnoso sarebbe stato che gli alieni scambiassero David per l’ultimo degli umani, e non per un droide da loro creato. Come dire che alla fine era diventato uomo (“Fata Turchina, fammi diventare vero!”), come desiderava, perché le forme di vita sono sempre “relative” e quel che conta è solo la vita, il vivere, l’essere vivi (dopotutto, i dinosauri, se non ci fossero i loro scheletri, li sapremmo riconoscere, oggi? O potremmo legittimamente pensare che solo uomini hanno vissuto sulla Terra?).

Il “segreto” per apprezzare la conclusione (spielberghiana) di A. I. è, credo, capire la progressiva concentrazione (identificazione) dell’occhio del regista su David. Alla fine, nel mondo, resta solo lui, un droide eternamente bambino progettato per essere un perfetto umano di 8 anni. E cosa conta di più, a quell’età, della mamma?

Ecco il senso del finale, per me: Spielberg (e noi con lui) guardiamo la Terra (quel che ne resta), e il mondo alieno (accennato, appena intuito, magico, se vogliamo) con gli occhi del protagonista, con la sua logica, la sua mentalità.
Forse per questo la spiegazione tecnica dell’alieno non ci convince: che ci piaccia o no, noi siamo David, e non possiamo capire queste astruserie tecniche.
Forse per questo la spiegazione ci dà fastidio: sembra senza capo né coda, incomprensibile, contraddittoria.
David, ultimo bambino del mondo, vuole solo una cosa (la mamma), il resto non lo interessa.
E che sia per un giorno solo non importa.
Quando la mamma chiuderà gli occhi per entrare nel suo ultimo - eterno - sonno, David (e noi con lui) si stenderà accanto a lei, per sempre, perché “io posso non addormentarmi mai, ma posso starmene sdraiato buono buono”…

L’istante della vita, catturato in David, è anche l’istante della morte, destinata a durare in eterno, come la vita di un droide- bimbo di 8 anni, che non potrà mai conoscere la vecchiaia.
Non so se questa è Poesia… ma mi pare abbastanza per un “semplice” film di fantascienza.

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