Il Viaggio Interminabile nella Fantascienza: fra mito e utopia

Un percorso fra classici del genere, sino al recentissimo Paradisi Perduti, di Ursula K. Le Guin
di Fabrizio Scatena
[pubblicato su RiLL.it nel settembre 2013]


Fra le tante tematiche affrontate nelle opere di fantascienza, il viaggio occupa un posto di primo piano. Viaggio nel tempo, nello spazio e nell'interiorità degli eroi che hanno riempito pagine di un genere letterario di nicchia, ma di grande qualità contenutistica e riflessiva per i lettori capaci di apprezzare le sue potenzialità narrative.

Da sempre gli autori di science-fiction utilizzano il mito e l'archetipo del viaggio per raccontare storie.
Per la nostra riflessione, la tipologia di viaggio più interessante è il viaggio interminabile, come lo definì nel lontano 1971 Jean Gattegno nel suo raro “Saggio sulla fantascienza” (Fratelli Fabbri Editore).

Nel viaggio interminabile le distanze sono astronomiche, ma possono essere coperte grazie al vascello spaziale: un mondo chiuso, perché il vuoto dello spazio impedisce per la maggior parte della navigazione l'uscita verso l'esterno, minimizzando le probabilità di incontrare altre entità.
In queste particolare condizioni di transito l'astronave si configura come una vera e propria società, un microcosmo sociale e culturale in cui è possibile osservare, per il lettore, l'evolversi della vita delle persone che la popolano nell'arco di più generazioni. Potremmo affermare che si tratta di un vero è proprio esperimento controllato, molto simile alla stazione orbitante che si vede in Elysium,il recente film di Neil Blomkamp di cui consiglio la visione.

Come ci fa notare anche Renato Giovannoli nel suo bel saggio “La scienza della Fantascienza” (Bompiani), uno dei libri più originali e stimolanti che ho letto negli ultimi anni, lo spazio dell'astronave non è più un esterno indifferenziato ma si suddivide in uno spazio interno, conosciuto e rassicurante, e uno spazio esterno, o profondo, decisamente alieno (altre stelle, altri mondi, altre galassie, altri universi ecc.).
L'astronave assume la forma di un piccolo universo chiuso ecologicamente autosufficiente, nel quale si avvicendano diverse generazioni di astronauti che gestiscono il sistema in cui convivono e viaggiano.

Grandi classici, come "Universo" di Robert Heinlein, affrontano, in analogia con quanto abbiamo detto, il problema di come gli esseri umani debbano soggiornare per più generazioni in una nave spaziale, per portare a termine rischiose missioni di esplorazione e colonizzazione.
Queste condizioni particolari implicano infatti che, all'interno dell'astronave, esista un livello di organizzazione ed integrazione socio-culturale elevatissimo, perché l'equipaggio possa sopravvivere, evolvere, riprodursi, colonizzare e costruire nuove società su pianeti inesplorati.

Non di rado però in queste avventure gli scrittori fanno sorgere conflitti fra i diversi gruppi sociali che vivono nelle immense astronavi: ogni gruppo nel tempo sviluppa diversi punti di vista, spesso divergenti, su quale dovrebbe essere il modo migliore per arrivare a destinazione.

Sempre in "Universo" di Heinlein, ma anche in "Non Stop" di Brian Aldiss, viene riproposto il conflitto prometeico contro ideologie oscurantiste e dogmatiche, imposte dalle caste di un clero dominatore intenzionato a controllare il destino delle persone a bordo delle astronavi.
In questi bei libri il viaggio interminabile negli spazi del cosmo è anche una metafora della ricerca di libertà verso l'esterno: vivere nel mondo chiuso dell'astronave è infatti un limite e non può essere il fine dell'esplorazione, ma soltanto una fase che precede lo sbarco su un nuovo mondo, dove vivere una vita migliore.

La sempreverde Ursula K. Le Guin nel suo recente romanzo Paradisi Perduti (Delos Books), racconta la storia di un viaggio utopico, che allo stesso tempo è interminabile ed interiore, e su cui è utile soffermarsi dato lo spessore artistico dell'autrice, e lo stretto legame che ha con il tema che stiamo trattando.

L'astronave Discovery, partita dalla Terra da centoventi anni, viaggia nell'immensità dell'universo per approdare sul pianeta Shindychew, la Terra promessa da colonizzare dove i figli del suo equipaggio inizieranno una nuova vita.
Come spesso accade nei romanzi leguiniani, la storia si sviluppa attraverso le esistenze dei due personaggi principali, la giovane pilota Hsing e il medico coetaneo Luis, la sua controparte maschile. Entrambi rappresentano i principi complementari e opposti: lo Yin e lo Yang del Taoismo, l'antico sistema filosofico-religioso cinese che permea in profondità la letteratura della Le Guin, e a cui lei si è sempre ispirata.

Sia Hsing che Luis sono cresciuti nella Discovery, questa gigantesca astronave in cui convivono culture e gruppi sociali diversi, ognuno con ruoli e compiti ben definiti per realizzare il progetto di scoperta iniziato centoventi anni prima.
La vita a bordo dell'immenso equipaggio della Discovery, simile ad una vera e propria società “fluttuante”, è infatti perfettamente pianificata per conservare l'equilibrio sociale, biologico, ecologico e genetico delle persone che la popolano.

Ma dopo cinque generazioni di esecuzione della rigida programmazione, questa entrerà in crisi, quando alcuni abitanti dell'astronave decidono di non voler più arrivare a destinazione. Alcuni gruppi preferiscono infatti viaggiare all'infinito nello spazio, piuttosto che scendere, un giorno, a terra.
Il comportamento imprevisto di una parte della popolazione provocherà un inaspettato conflitto, fra coloro che intendono continuare il viaggio e il resto dell'equipaggio, che desidera portare a compimento la missione per raggiungere il pianeta Shindychew.

In "Paradisi Perduti" Ursula Le Guin come in altri suoi romanzi di successo, fra cui ricordiamo i magistrali "La mano sinistra delle tenebre" del 1966, e "I reietti dell'altro pianeta", scritto nel 1974, utilizza l'archetipo del viaggio per affrontare temi sociali ed esistenziali.
Tema portante del nuovo lavoro della scrittrice di Portland è il confronto fra l'ideologia fondamentalista religiosa degli Angeli (con una forte allusione alla contemporaneità statunitense) che nega il libero arbitrio delle persone, e la visione della vita elaborata da alcuni gruppi dell'astronave, i quali desiderano decidere autonomamente il corso del proprio destino.

Ma l'espediente narrativo del viaggio è anche uno stratagemma narrativo, che permette alla Le Guin di valorizzare ancora una volta un tema a lei molto caro, la ricerca di sé stessi.
L'auto-conoscenza può infatti maturare soltanto confrontandosi con l'Altro da sé (un mondo, un alieno, un gruppo sociale ecc.) per scoprire meglio la propria identità, e scegliere la direzione da imprimere alla propria esistenza.
È proprio ciò che accadrà a Hsing e Luis in "Paradisi Perduti": dopo innumerevoli confronti reciproci e con il resto dell'equipaggio che vive sulla Discovery, i due eroi scopriranno lo scopo della propria vita, e sceglieranno di sbarcare su Shindychew, la terra promessa in cui realizzare la loro Utopia.

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