I Dieci

Franco Cuomo ci presenta la sua ultima fatica: il saggio I Dieci (ed. Baldini Castoldi Dalai), dedicato a una cupa e misteriosa pagina della storia italiana: il “Manifesto della razza” del 1938.
[pubblicato su RiLL.it nell'ottobre 2005]


Quale oscuro mistero italiano si cela dietro l’intoccabilità dei dieci professori, in prevalenza medici, che nel 1938 sottoscrissero il Manifesto della razza, noto anche come Manifesto degli scienziati razzisti, ponendo così le basi teoriche per la persecuzione degli ebrei?
Per quale inesplicabile motivo non vennero rimossi dalle cattedre universitarie alla caduta del Fascismo, ma reintegrati nei loro privilegi nonostante la terribile colpa di avere legittimato la deportazione in Germania di ottomila israeliti?
In che consisteva la “originalità” del razzismo italiano, tanto decantata da Mussolini, rispetto a quello tedesco?
In che modo si fusero in un unico disegno di morte le fumisterie scientifiche o filosofiche dei razzisti “biologici” e dei “nazional-razzisti”, degli “esoterici” e degli “spiritualisti”?

Ruota intorno a questi interrogativi la mia ricerca su una delle pagine meno investigate della Shoah italiana, che fornisce prove certe del ruolo non soltanto teorico ma operativo ricoperto dagli “scienziati razzisti”.

Prove dei loro incontri a Berlino con Himmler, Hess e altri eminenti carnefici del Reich, rivolti a programmare una linea comune per la “soluzione” della questione ebraica.
Prove certe di visite ai campi di sterminio e del riconoscimento, da parte di Hitler, del contributo italiano al razzismo mondiale.
Prove delle alte cariche ricoperte da alcuni di loro negli uffici della “demorazza” (demografia e razza) al Ministero dell’Interno.

Esistono infine gli organigrammi del Tribunale della razza e degli enti preposti alla liquidazione dei beni tolti agli ebrei, nei quali non è difficile individuare personalità poi riciclate con tutti gli onori nella democrazia. Ne riporto tutti i nomi in questo libro, evidenziandone le responsabilità attraverso i loro stessi scritti, le carriere, le prove di una consapevole adesione alla politica razzista del regime, spesso culminata in una zelante partecipazione al piano di sterminio concordato coi tedeschi.

Mi è stato già chiesto cosa mi abbia spinto a uscire con questo lavoro dal mio “rassicurante” Medioevo, lasciando alle spalle templari e paladini per spingere la mia ricerca verso più inquietanti e crudeli misteri contemporanei.
Il punto è che la barbarie non ha tempo, come non ne hanno i grandi enigmi di quel calendario di delitti che l’uomo chiama storia. Il suo medioevo, in altre parole, è dovunque: non è un’epoca, non è un luogo, non è una metafora, ma uno spazio mentale, una condizione esistenziale dalla quale inoltrarsi nelle pieghe più oscure della storia.
Oltre i limiti della ragione e del cuore.

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