Il mio nome è Massimiliano Malerba e queste sono le mie storie

Intervista a Massimiliano Malerba su L'ostinato silenzio delle stelle, antologia di suoi racconti fantastici curata da RiLL
di Alberto Panicucci
[pubblicato su RiLL.it nel gennaio 2014]

E' ormai consuetudine che le antologie personali della collana Memorie dal Futuro siano chiuse da un'intervista all'autore dei racconti pubblicati nel volume. Con piacere proponiamo adesso on line le domande e le risposte dell'amico Massimiliano su L'ostinato silenzio delle stelle.

Massimiliano, sei il terzo autore cui RiLL dedica un’antologia personale. Che effetto ti fa?

Un effetto… molto positivo! Non me l’aspettavo. È il mio primo libro e sono contento di pubblicarlo con RiLL. In fondo, quasi tutti i racconti nell’antologia nascono in seno al Trofeo RiLL o a SFIDA (altro premio bandito da RiLL, NdP). Sono, per così dire, racconti impregnati di riflessi di luce lunare!

Questo volume contiene racconti di fantascienza e fantastici. Hai degli autori di riferimento, nella letteratura di genere e non?

Alcuni autori fanno letteralmente da sottofondo alla mia esistenza. Devo tantissimo, nella mia personale poetica, a questi scrittori.
Sopra tutti, Dino Buzzati e le sue metafisiche inquietudini. Si può dire che io ne sia innamorato.
Segue Bradbury, col suo mistico afflato di infanzia, fatto di sogni intessuti tra il fantastico e il gotico.
Ballard e la sua fantascienza sociologica rivolta all’inner space è per me fondamentale.
Come poi non citare l’oscuro, ineluttabile “cosmo terrestre” di Matheson?
I miei personaggi devono anche molto a Dick e alle sue distonie esistenziali e percettive. Amo anche Heinlein, Gibson, Herbert. E non disdegno la fantascienza “pulita” e di grande respiro: per dirla in una parola, Asimov. Sono cresciuto con le sue Fondazioni!
Tra gli autori non di genere, poi, apprezzo particolarmente Primo Levi e Alberto Moravia.

I tuoi racconti presentano una certa varietà tematica. Il titolo dell’antologia, che è poi lo stesso di un racconto, fotografa un tema ricorrente: i protagonisti delle tue storie vivono, agiscono, e le stelle stanno a guardare. Non c’è Destino, non c’è Fato, o esseri superiori. Le stelle sono indifferenti, mentre gli uomini si affannano. È questa la tua “visione delle cose”?

Potrei essere scambiato per nichilista, ma io ho una certa visione del cosmo.
Il tema del destino è abbastanza esemplare. Vedo un universo in cui regna il Caso. O, anagrammando, il Caos. Il che poi è la destabilizzante scoperta di Planck. A livello microscopico, il Caso crea il mondo. Ma ci fornisce anche molte opportunità. Sta a noi “scegliere i tiri migliori”, come il demiurgo giocatore di Einstein.
In altri termini, il destino è quello che noi ci facciamo con le mani, il cuore e il sudore. La Natura è indifferente, e se vogliamo (ma anche se non vogliamo) è crudele. Il cosmo è un silente scenario di inaudita ed efferata bellezza, ma non ha nulla a che vedere con le nostre vite.
Io intendo affermare che il distacco dalla Natura, intesa come entità protettrice e genitore paterno, che ci “deve” la felicità, non può che fornirci la chiave per raggiungere l’indipendenza emozionale dal cosmo stesso e, con essa, l’illuminazione vera delle nostre vite. Dobbiamo staccarci da questa culla egotica, ed ergerci “più in alto delle stelle”. Lo chiamerei supremo coraggio.

Spesso i tuoi personaggi prendono consapevolezza della loro condizione nel corso del racconto, restandone spaventati, o rassegnandosi. Penso a Saburo, il protagonista del racconto che dà il titolo all’antologia…

Amo il contrasto assolutamente irrisolvibile tra fenomeno e noumeno, l’indecidibilità della nostra condizione di esseri pensanti e vivi, la non dimostrabilità del reale. Sono affascinato dai problemi che Kant ci ha lasciato, come fossero impossibili ed elusivi Koan buddisti.
In questo mondo di realtà e ombre si muovono i miei personaggi, che spesso sono “qualcosa” senza sapere di esserlo; l’Agnizione che ne deriva, una vera frattura nel tessuto connettivo della percezione, è foriera di allucinanti epifanie; spesso affacciate a panorami su strapiombi infernali, altre volte rivelatrici di ampi squarci su visioni celestiali.

Nell’universo vuoto che descrivi, però, c’è spazio sia per gesti di umanità (penso ai vecchi soli protagonisti de Le stelle d’inverno) sia per la speranza: ognuno è artefice del proprio futuro, non c’è predestinazione, dici in Corrispondenze

È proprio così.
Per me l’umanità, e il sentimento supremo, l’amore, sono l’unico mezzo possibile per ingannare l’Eternità.
L’universo “vuoto e freddo” è lo sfondo della nostra assurda condizione: una piccola veglia affannata, un lampo tra due infiniti neri, un tratto-punto-tratto di un alfabeto Morse cosmico. È come svegliarsi madidi di sudore nella notte, e poi doversi addormentare di nuovo quando il sonno è andato irrimediabilmente via.
La vita è, vista così, un’aritmia del cuore cosmico: un’eccezione, una rottura, un’anormalità. Qualcosa che semplicemente non doveva accadere. Se ci pensate bene, la condizione normale e più probabile è il “non essere”, il buio. Esistere è l’eccezione. È infinitamente più probabile non esistere che esistere.
Racconti come L’ostinato silenzio delle stelle sono emblemi di questa condizione.

I tuoi non sono racconti di azione. Il centro sono i dialoghi, e l’introspezione. I personaggi sono sempre ben caratterizzati. Infatti si finisce sempre per parteggiare per loro...

Prediligo l’introspezione e i conflitti interiori, la geografia dell’Essere. Certo l’azione è importante, ma è complementare. Serve a “sostenere” il dialogo e il flusso emotivo dei protagonisti, lo scontro vitale delle loro anime. Non può, da sola, costituire la struttura di un racconto.
A me interessa guardare dentro i protagonisti, nei loro abissi interni, dove spesso la calda luce del sole non arriva.
Il dialogo è la forma di racconto più difficile che esista, e come tale mi attrae. Inoltre, amo i personaggi deboli, derelitti, piegati. A volte oscuri. Spesso perdenti, come prometei vinti. Le loro storie sono infinitamente affascinanti.

Sei anche capace di cambiare del tutto registro. È evidente il tuo gusto per il surreale, come mostrano Il colloquio di lavoro e quel gioiello di lievità che è L’uomo lunare...

Per natura sono molto curioso e amo provare di tutto. Per questo non c’è quasi un racconto uguale all’altro.
Il colloquio di lavoro nasce da uno straniamento grottesco di fronte all’assurdità di certi processi di selezione, nelle aziende.
L’uomo lunare è una favola, e un sogno personale, anche perché amo l’epopea spaziale degli anni ‘60. E naturalmente amo Roma… E quindi mi sono chiesto: e se le missioni Apollo fossero partite dal rione Monti?

Un elemento centrale in tante storie di fantascienza è il tempo. Tu ci giochi ne L’ombra, Nella notte assetata e Corrispondenze. Che rapporto hai col tempo?

Il mio rapporto col tempo è conflittuale… Non ne ho mai abbastanza!
Più seriamente, il tempo è una variabile fisica e dipende, come noto, dal moto dell’osservatore. Ma dipende anche da altri fattori, più legati alla percezione umana. C’è infatti un correttivo da apportare alla Relatività di Einstein, per me: il tempo dipende dal moto emotivo e dell’anima dell’individuo.
La non esistenza di un tempo assoluto e universale crea molti interessanti paradossi. Se ne portiamo alcuni alle estreme conseguenze, scopriamo affascinanti possibilità di fallire.
I personaggi che si ritrovano in queste trappole sono destinati a perdere, ma mi piace molto vederli lottare e struggersi contro questa entità apparentemente maligna. Perché in realtà il tempo, come tutte le cose, non ha “colore”, se non quello che dipingiamo noi sulla sua superficie nera.

Rispetto a tanti autori incontrati al Trofeo RiLL, tu non hai un romanzo nel cassetto. Scrivi solo racconti, magari lunghi, ma “solo” racconti. C’è un motivo specifico?

Il racconto è la sublimazione del mio modo di scrivere, più vicino alla poesia che alla prosa. Mi piace cristallizzare un momento, eternare delle immagini, raccontare emozioni intense e compresse nel tempo. Acquerelli e schizzi di colore, più che affreschi rinascimentali.
Il racconto mi permette di costruire una vita nel giro di poche pagine, iniziare e concludere, vivere un “lampo” narrativo come un’esplosione. Ma questo non vuol dire che non ho intenzione, in futuro, di affrontare l’immensa sfida di un romanzo…

Come si può leggere in quarta di copertina, sei un ingegnere. Ami il Giappone e la scherma, come si intuisce da alcuni racconti. E senti che le stelle intorno a te sono silenti. C’è qualcosa da aggiungere?

Sono un ingegnere, ma anche molte altre cose. Mi piacciono le materie umanistiche. L’amore per il Giappone proviene dalla pratica delle arti marziali tradizionali giapponesi, che seguo tuttora. Amo le stelle, anche se continuano a persistere nel loro “mutismo”… e forse è meglio così.
Amo tantissime altre cose. Leggete il libro e le scoprirete! Oppure, se non riuscite proprio a leggerlo, potete sempre venirmi a trovare per prendere un caffè caldo insieme.

Massimiliano Malerba
L'ostinato silenzio delle stelle
Racconti fantastici
Wild Boar Edizioni
126 pagine, euro 11 (spese postali incluse)
Illustrazione di copertina: Valeria De Caterini

Nella foto: Massimiliano Malerba alla Libreria Gocce d'Inchiostro di Roma, nel corso della presentazione di "L'ostinato silenzio delle stelle".



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