"Il Ciclo di vita degli oggetti software", tra emozioni e confini artificiali

Il premio Hugo Ted Chiang racconta nel suo romanzo come è possibile affezionarsi ed istruire un’intelligenza artificiale
di Fabrizio Scatena
[pubblicato su RiLL.it nel settembre 2014]


Il ciclo di vita degli oggetti software (Delos Books, 2011), dello scrittore americano Ted Chiang, è un ammirevole e piacevole romanzo breve, che apre nuovi orizzonti per i lettori di fantascienza, e non solo, interessati al tema dell’intelligenza artificiale.

Ma prima di trattare gli argomenti del suo nuovo romanzo, conosciamo un po’ meglio l’autore, che si candida a diventare uno dei nuovi maestri della science-fiction contemporanea.
Ted Chiang (il suo nome cinese è Chiang Feng-nan) è nato nel 1967 a Port Jefferson nello Stato di New York. Si è laureato in Informatica presso l’Università di Providence, e nel 1989 si è diplomato al Clarion in scrittura creativa. Attualmente vive e lavora come redattore di documentazione tecnica e informatica a Bellevue, nei pressi di Seattle, vero è proprio centro d’eccellenza dell’industria ICT (Information and Communication Technologies) statunitense.

Chiang, pur non essendo uno scrittore particolarmente prolifico, grazie alla qualità letteraria delle sue opere ha già vinto numerosi  premi nell’ambito della narrativa fantastica e fantascientifica, fra cui ricordiamo: quattro premi Nebula, quattro premi Hugo, due premi Locus, un premio Sidewise ed un premio Sturgeon.

Il lettore-tipo di Chiang è una persona che ricerca nella science-fiction risposte a quesiti importanti, talvolta complessi. Domande sull’evoluzione della scienza, e sugli effetti che le nuove scoperte scientifiche e tecnologiche provocheranno nelle nostre vite. Una fantascienza sociologica e speculativa allo stesso tempo, la sua: dalla prima tradizione riprende l’analisi sui cambiamenti positivi, e negativi, provocati dal progresso scientifico nelle società, mentre dalla seconda la riflessione di alto livello concettuale sulle scoperte della Scienza.

Il ciclo di vita degli oggetti software, vincitore del premio Hugo 2011, è il primo romanzo dello scrittore americano; un’opera molto attuale per le tematiche scientifiche trattate e di piacevole lettura, come premettevo.
E’ ambientato nel futuro prossimo di una società caratterizzata da un elevato livello di sviluppo tecnologico, in cui le aziende informatiche concorrono per commercializzare Intelligenze Artificiali (d’ora in poi IA) in forma di avatar virtuali, ma anche fisici.

I protagonisti del romanzo sono i due geek, Ana Alvarado e Derek Brooks, entrambi impiegati  nella Blue Gamma, la società che vuole commercializzare i digienti per veder crescere i propri profitti.

I digienti sono delle IA che hanno la forma di cuccioli di animali, venduti ai clienti che devono allevarli e curarli come si fa con gli animali reali. Tutto ciò avviene nella “cornice” di un grande gioco di ruolo on-line ambientato in Data Heart, la piattaforma virtuale in cui gli utenti possono far crescere e progredire i loro cuccioli, per migliorare il rapporto fra le reciproche specie.

Ana ha il compito di istruire i digienti a livello base, perché possano socializzare con i loro nuovi padroni ed evolvere grazie al genoma Neuroblast, appositamente creato dai progettisti genetici della Blue Gamma.
Derek è invece un abile animatore grafico che deve dare una forma piacevole alle IA, perché soddisfino le aspettative di chi li alleva, anche da un punto di vista estetico. Deve inoltre facilitare la loro trasmigrazione in corpi fisici, piccoli esoscheletri che permettono di utilizzare i digienti anche negli ambienti del mondo reale.

Già negli anni ’50 Alan Turing ipotizzava di far crescere una IA, educandola come se fosse stata un bambino. Ed è proprio questo il problema che i protagonisti si trovano ad affrontare, sul piano professionale ed emotivo, quando la Blue Gamma decide di interrompere la commercializzazione dei digienti, ed i relativi servizi, perché il ritorno finanziario del progetto non è allineato con le previsioni di vendita.
Il ciclo di vita del “prodotto/servizio digienti” si sta esaurendo, ma cosa possono fare Ana, Derek e la community di clienti e tecnici che nel frattempo si è affezionata ai cuccioli, per salvaguardarli ed evitare la loro precoce estinzione?

Quello legato all’affettività che l’uomo può sviluppare nei riguardi di un “essere tecnologico” è un tema di riflessione attuale, in una società come la nostra, in cui la relazione fra persone, dispositivi tecnologici e ambienti virtuali è sempre più compenetrata, e condizionata dall’espansione planetaria di Internet, che tutto e tutti collega.
I digienti rappresentati da Chiang nel suo romanzo sono dotati di un software e un hardware: possiedono una mente cosciente e un corpo fisico, che li fa assomigliare molto ad altre specie viventi. Come si può abbandonarli quando non servono più, se nel frattempo ci si è affezionati ad essi? E’ eticamente giusto eliminare una forma di vita “artificiale”, perché non è più concorrenziale nel mercato?

Il destino dei digienti è di essere esclusi dal mondo della produzione, come accade oggi al precariato dell’information technology nel mondo del lavoro reale: questi lavoratori (programmatori, sviluppatori, sistemisti ecc.) vivono sull’orlo della costante obsolescenza, perché facilmente sostituibile con altri lavoratori tecnici, di cui c’è abbondante offerta.
Ma Ana, Derek e la community riusciranno a trovare una soluzione non priva di dolori a questo problema (soluzione che non vi anticipo), e che permetterà di prolungare la vita dei “cuccioli”, diventati organismi che desiderano rendersi sempre più autonomi dai loro padroni.

Il tema dei rapporti tra IA ed esseri umani ricorre oramai con una certa frequenza, non soltanto negli ambiti della ricerca scientifica e della filosofia della scienza, ma anche nella produzione letteraria e cinematografica.
Nell’ambito della cultural industries, ricordo Lei (Her) e Transcendence, due bei film usciti quest’anno in Italia, che trattano entrambi proprio il tema della IA.

Soprattutto Lei (Her), il film premio Oscar scritto e diretto da Spike Jonze e interpretato da Joaquin Phoenix, affronta i motivi che legano gli umani alle macchine, l’empatia che può sorgere e trasformarsi in amore fra individui che appartengono a specie diverse, ma che possono comunicare ad aiutarsi reciprocamente, come accade nel romanzo di Chiang fra i digienti e i loro padroni e custodi.

I confini fra umano e artificiale sfumano, allora, come ebbe modo di scrivere profeticamente nelle sue opere Philip Dick, il grande autore americano che per molti anni visse e lavorò in California (un humus, quello della West Coast, veramente prolifico per gli scrittori di fantascienza!).
Di Dick tutti ricordiamo Ma gli androidi sognano pecore elettriche?, il romanzo scritto nel 1968 e da cui nel 1982 è stato tratto il mitico film Blade Runner, di Ridley Scott, in cui il cacciatore di androidi Rick Deckard entra in una profonda crisi esistenziale quando inizia a provare empatia per i replicanti che deve “ritirare”, in particolare per Rachel, la bellissima replicante di cui si innamora.

Se un’IA diventa cosciente della propria esistenza, e se un essere umano diventa consapevole di questa condizione, è possibile allora stabilire un legame affettivo non pre-determinato, perché  generato dall’evoluzione bio-tecnologica e sociale. Nascono così nuove forme di socialità fra persone in carne ed ossa ed entità autocoscienti dotate di ragione, capaci di fare scelte razionali ed emotive.
Scienziati impegnati in diversi campi possono illuminarci in tutto ciò, ma intanto scrittori di fantascienza come Ted Chiang lasciano spazio alla nostra immaginazione, per vedere con la mente quello che ci aspetta in un domani non troppo distante, e dai confini sempre più sfumati.


Il Ciclo di vita degli oggetti software
di Ted Chiang
ed. Delos Books, 2011
138 pagine, euro 10 (in formato Kindle: 4.99 euro)

 

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