I Corvi sono lì che aspettano

di Euro Carello
Vincitore del XIV Trofeo RiLL
[racconto presente nell’antologia Fuga da Mondi Incantati, Nexus Editrice, 2008]


L’uomo alza la testa dalla tazzina del caffè, lancia uno sguardo veloce agli occhi assonnati della moglie, lo lascia scorrere sui mobili perfettamente lindi della cucina, sul pavimento lucidato a specchio, su cucchiaini e coltelli esattamente paralleli a lato dei tovaglioli piegati a triangolo.
“Dove vai, stamattina?”
“E dove vuoi che vada?”
“Da tuo padre?”
“No, vado a Disneyland.”
“Non c’è bisogno di aggredirmi, dicevo così, per parlare.”
“Non ti ho aggredito.”
L’uomo lascia andare lentamente un lungo sospiro trattenuto. Ormai, anche i sospiri possono alterare un equilibrio ogni giorno più fragile.
“Ma non c’è bisogno che tu ci vada tutti i giorni.”
“Sì che c’è bisogno! C’è bisogno, eccome! Voglio sapere com’è la situazione, va bene? Voglio...”
“Ma Gabi, come vuoi che sia, la situazione. Sono quasi tre anni che...”
“Due anni, quattro mesi e quindici giorni. No, sedici, oggi è il 10.”
“Appunto.”
“Appunto, cosa? È mio padre, o no?”
“Sì, è tuo padre.”
“E perché lo dici con quel tono?”
“Quale tono?”
“Quel tono di sopportazione.”
“Ma no, ti sbagli, io...”
“No, che non mi sbaglio! È da quando mio padre è in ospedale che hai quel tono.”
“Ma no, Gabi. Sei tu che, da un po’ di tempo a questa parte, sei particolarmente... tesa, ecco. Questa cosa di tuo padre ti sta sfiancando. E poi lo sai anche tu che non c’è veramente bisogno che tu ci vada. Ormai sono più le volte che non ti riconosce che...”
“Non è vero! Mi riconosce quasi sempre.”
“Ma se l’hai detto anche tu.”
“Basta! Tu non capisci! Non vuoi capire!”
Si alza rovesciando la sedia, che si ribalta con un colpo secco sul pavimento. Con una mano sulla bocca esce, sbatte la porta in malo modo e imbocca la scala verso il piano di sopra, soffocando i singhiozzi.
L’uomo rimane immobile, una smorfia dolorosa sulle labbra mentre fissa senza vederla la tavola apparecchiata. Di sopra viene il rumore di un’altra porta sbattuta. Contrae le spalle, chiude gli occhi, si passa stancamente una mano sulla fronte, poi si piega in avanti e si alza lentamente, a fatica.
Davanti alla porta in cima alle scale, si ferma con le nocche a due centimetri dal legno scuro, ascolta. Dall’interno vengono singhiozzi soffocati. Appoggia le dita sulla maniglia e schiude appena il battente.
Gabi è rannicchiata sulla poltrona, la faccia affondata nello schienale. A intervalli irregolari, la schiena sotto la stoffa sottile si contrae in uno spasimo. Quando sente la porta aprirsi del tutto, alza la testa, lo guarda attraverso i capelli sparsi, gli occhi rossi e le labbra che tremano.
Lui si siede sul bracciolo, sente il contatto caldo del fianco di lei contro la coscia. Quando allunga una mano ad accarezzarle i capelli, lei si volta e lo abbraccia, affondando il viso nella sua spalla.
“Io non ce la faccio più. Non posso andare avanti così, non ci riesco.”
“Lo so, tesoro, lo so.”
Lei si scosta e allarga il braccio a indicare la stanza, gli orsetti sulle pareti, il lampadario con i pupazzetti danzanti, la culla di vimini nell’angolo, l’armadio con i cassetti rosa come le tendine.
“Guarda. È tutto pronto.”
“Lo so, Gabi, ma...”
“Ma, niente. È tutto pronto da troppo tempo. Guarda le tendine, sono già sbiadite. E i pigiamini nel cassetto, hanno i segni delle pieghe. Io la voglio, questa figlia, Claudio! La voglio!”
“Certo, anch’io la voglio, ma lo sai anche tu come funziona: ti approvano una nuova nascita solo se c’è un Decesso Corrispondente. E...”
“E il Decesso Corrispondente non c’è, perché mio padre non si decide a morire.”
“Non essere così...”
“Così come? Cruda? Lo sai anche tu che è così. Tuo cugino ha avuto il permesso due anni fa. E ha solo trent’anni. La mia amica Carla l’anno scorso. E Giulia? Il bambino di Giulia fa cinque anni a ottobre.”
“Va bene, ma la mamma di mio cugino ha avuto un infarto che non aveva ancora cinquantacinque anni, una cosa imprevedibile e anomala, oggi, con le staminali e tutto. E Carla ha aspettato quasi cinque anni per suo padre, il cancro non è sempre una cosa veloce. E poi non è colpa di nessuno se tua mamma è morta quando tu non eri ancora in età fertile. Lo sai che funziona così: se hai meno di diciott’anni o più di trentacinque sei fuori. È vero che è dura, ma undici miliardi di persone è il massimo che la Terra può reggere, lo sai anche tu. Se non si arrivava a una decisione drastica, ora saremmo al cannibalismo. Un bambino per ogni morto, indice di sostituzione uno. E speriamo che basti: ho sentito di serie difficoltà di controllo in Africa centrale e in Cina. Potrebbe persino peggiorare, potrebbero mettere un rapporto di due a uno.
“Ma intanto il tempo passa! Li avrò tra dieci mesi, trentacinque anni. Dieci mesi! È l’ultima occasione!”
“Lo so, Gabi, ma che cosa vuoi farci? Se è così che stanno le cose...”
Lei si volta, gli prende le mani e gliele stringe, lo guarda con gli occhi lucidi. Avvicina la fronte a quella di lui e abbassa la voce.
“Potremmo farlo lo stesso. Smetto di prendere la pillola ed è fatta. Gli esami sono tutti perfetti, lo sai. Ci sono dei medici che ti seguono in tutta la gravidanza e anche per il parto, basta pagare. Noi non abbiamo problemi di soldi, no? Tu guadagni bene, e poi abbiamo ancora i soldi dell’eredità dei tuoi. Almeno la parte che non è andata a tua sorella e tuo fratello.”
Fa una smorfia e il viso le si indurisce.
“Lascia stare quella vecchia storia. Io sono il più piccolo, è logico che abbiano avuto la precedenza loro, la legge è questa.”
“E grazie alla legge adesso tu hai due nipotini e noi una cameretta vuota che sta andando in malora!”
La voce le si è fatta stridula. Abbassa la testa e strizza gli occhi, fa un respiro lungo, gli prende il viso tra le mani e gli parla adagio, con tono carezzevole.
“Potremmo farlo davvero, sai? Ho sentito di un’impiegata della banca che l’ha fatto: ha nascosto la gravidanza, il medico le ha fatto tutti i certificati che servivano, e quando è nato il bambino hanno contattato le persone giuste, hanno avuto le carte e sono andati via, tutti e tre. Hanno cambiato vita, sono andati in Africa. Con una manciata di euro, in quei paesi lì non fanno domande, e non stanno a fare le pulci ai documenti.”
“Ne abbiamo già parlato, tesoro. È solo una leggenda metropolitana: l’impiegata di volta in volta diventa un’infermiera, o una dirigente d’azienda, o un’insegnante. E comunque è troppo rischioso. Se ti scoprono, la bambina finisce all’Istituto degli Abusivi, e noi in galera per procreazione non autorizzata. E quando usciamo, non abbiamo più il lavoro e tutti ci guardano come nemici della società. Te lo ricordi, il TG, la settimana scorsa? Quella coppia che dopo due anni di insulti e cattiverie è saltata mano nella mano dal settimo piano? E i bravi cittadini erano arrivati a spalmargli di merda la porta di casa, se un sottotetto in mezzo ai topi si può chiamare casa, per punirli della loro mancata coscienza sociale. Li hanno ridotti a frugare nei cassonetti del supermercato per un po’ di frutta marcia. Gli hanno tagliato alla radice le due piantine di pomodori che erano riusciti a far crescere in qualche modo sul ballatoio. E dopo, hanno avuto il coraggio di dire che l’hanno fatto perché avevano preso coscienza del loro delitto.
“Io non la voglio una vecchiaia passata a guardarmi le spalle, a sperare di trovare qualcosa da mangiare almeno alla sera e rimpiangere quello che ho gettato via per un sogno assurdo.”
“Ma qualcosa dobbiamo fare! Io non ce la faccio ad andare avanti così! Non ce la faccio!”
“Devi resistere, tesoro. Vedrai che alla fine andrà tutto a posto. Tuo padre è molto provato, ormai.”
Allunga una mano per accarezzarla, ma lei si sottrae. Poggia le mani sulle sue spalle e lo tiene a distanza, lo fissa a lungo negli occhi, poi lo abbraccia di nuovo, stringendolo forte. Con la guancia appoggiata sulla spalla di lui, la voce bassa che si sente appena tra le pieghe della camicia, inizia a parlare.
“Un’altra soluzione ci sarebbe.”
Sente la schiena di lui irrigidirsi sotto le sue dita.
“Non penserai...”
“In fondo mio padre ha quasi ottant’anni, la sua vita l’ha fatta.”
“No!”
“Ascolta, ascoltami solo un momento. Ci sono dei farmaci...”
“No!”
“Non se ne accorgerebbe, l’hai detto anche tu che spesso non ci riconosce neppure, passerebbe dal sonno...”
“Tu sei pazza. Te lo ricordi che proprio per questo hanno reintrodotto la pena di morte, eh, te lo ricordi? Vuoi essere vaporizzata? Un bel ciuf e via, con le telecamere e la delegazione di cittadini modello di là dal vetro che spia quanti secondi ci metti a diventare una nuvoletta grigia? Tu non ci stai con la testa, Gabi!”
“Ma non può accorgersene nessuno! Ha già i tubicini della flebo, basta fare un po’ di attenzione, farlo di notte, tra le tre e le quattro, quando la sorveglianza cala. Le statistiche dicono che...”
“Le statistiche? Hai già studiato tutto, progettato tutto, eh? Ma io non ci sto, Gabi. Io una figlia la voglio quanto te, ma la voglio nel modo giusto e al momento giusto, senza rischiare la pelle per cercare di averla. O, nella migliore delle ipotesi, senza vivere tutta la vita nel terrore che salti fuori qualcosa.”
Gabi si scosta con un gesto brusco e si alza di scatto dalla poltrona. Resta un momento in piedi a guardarlo, le braccia allungate lungo i fianchi e i pugni chiusi che spuntano appena dalle maniche della tunica azzurra. La voce ha un tono metallico e impersonale.
“È tardi, devo andare. Voglio essere in ospedale, quando passano i medici. Ci vediamo stasera.”
Gli lancia uno sguardo freddo ed esce senza voltarsi. Lui guarda il vano vuoto della porta e sospira. Le parole gli escono a fatica, un sussurro appena percettibile.
“Sì, ci vediamo stasera.”


I Corvi sono lì che aspettano, vestiti di scuro, con l’aria compunta di finto cordoglio che hanno sempre. Quando Gabi esce dalla stanza ha gli occhi a terra e subito non li nota, poi alza la testa e li vede. Allora stringe gli occhi e i pugni, spalanca la bocca e comincia a urlare.
“Via di qua, bastardi! Via, o vi cavo gli occhi! Via!”
Si lancia verso i due che la guardano sorpresi dal divano sfondato. Ha le braccia magre sotto la tunica, mani ossute con le unghie pronte che scivolano fuori dalle maniche troppo larghe. Quello più grosso si alza con un certo sforzo, appena in tempo per parare il colpo. Da un paio di stanze emergono teste curiose, attirate dal rumore. Dall’ufficio in fondo al corridoio arriva di corsa la caposala. Scivola silenziosa sugli zoccoli bianchi, si ferma davanti alla donna che sta tentando inutilmente di raggiungere le guance dell’uomo grasso, mentre l’altro, più magro, riesce a passarle dietro e la blocca con una presa agli avambracci.
“Beh, che succede qui?”
La donna strepita e si divincola, cerca di colpire con un calcio l’uomo che la tiene ferma, e di liberare le mani, ma lui è troppo forte. Ad un tratto si blocca, poi si inarca di colpo e con uno scatto deciso rovescia la testa all’indietro. Si sente un rumore sordo, subito coperto dal grido dell’uomo dietro di lei.
“Mi ha spaccato il naso! Questa troia mi ha spaccato il naso!”
L’uomo lascia la presa alle braccia e si porta le mani al naso, si guarda le dita rosse di sangue. Una smorfia gli deforma il viso, fa per scattare contro la donna, ma la caposala fa mezzo passo avanti e lo blocca, alzando soltanto l’indice. Poi, mentre il grosso si mette tra lui e la donna, sibila:
“Qui non voglio casini. Se no questo ospedale ve lo scordate, percentuale o non percentuale.”
L’uomo più magro tiene premuto contro il naso un fazzoletto che sta rapidamente diventando rosso. Il grosso si è piazzato davanti alla donna con le braccia incrociate. Sembra distratto, ma non la lascia un momento con gli occhi, pronto a scattare per bloccarla.
Quando Gabi capisce che qualsiasi altro tentativo sarebbe inutile, concentra tutte le energie nella gola, piegandosi in avanti mentre urla, la voce che la asciuga e la svuota, prima acuta e poi più bassa, un filo di bava sulle labbra col rossetto sbavato.
“È mio padre, capito? Ha ottant’anni, si chiama Mario, sta morendo e non è uno dei vostri barboni. Andate via, subito, o faccio un casino! Via!”
Di colpo si piega e si lascia andare, come se le mancasse il sostegno che la teneva in piedi. Si accartoccia sul pavimento, la schiena contro la parete verdina e le gambe sotto il corpo, le braccia abbandonate sui fianchi, i capelli castani che ricadono scomposti sulla fronte. Guarda senza vederlo il pavimento grigio e ripete a voce bassa:
“È mio padre.”
La parola le vibra dentro a lungo, si scioglie in un’eco profonda e dolce, che fa affiorare immagini su immagini, come bolle di sapone, che galleggiano e si affollano e si sovrappongono, veloci. Lei bambina, cinque anni di capelli e ossicini rannicchiati tra le sue braccia dopo l’incidente sui pattini, il piedino storto che penzola con un angolo strano e tutto quel dolore. La voce di lui che la chiama pulcino, mentre stanno imbozzolati in un plaid davanti alla finestra, a guardare la neve venire giù. Gli occhi teneri e fieri, cercati e scovati tra gli altri alla recita della scuola, quando il cuore le batte forte e la voglia di piangere le gonfia la gola. E le vene in rilievo sulla sua mano sicura, mentre la guida nei disegni complicati, sul foglio punteggiato di lacrime di sconforto e di rabbia, in una nuvola buffa e rassicurante di dopobarba e sudore.


La caposala guarda la donna in terra, poi punta gli occhi ansiosi verso il fondo del corridoio. Una testa candida e un paio di occhiali dorati sul camice bianco si avvicinano veloci.
“Via!”, sibila verso i due uomini che la guardano incerti.
“Via, subito!”, ripete, voltando la schiena. Il grosso strattona e spinge verso l’uscita l’altro, che ha il fazzoletto sempre sul naso.
“Che succede qui?”
“Niente, professore, la solita storia. Parenti che litigano.”
“E questa donna?”
“È turbata per suo padre, professore. Sa, il 25.”
“Ah, sì, il 25. Beh, la faccia alzare, la porti via di qua, per terra non può stare.”
“Subito, professore.”
Mentre il camice si allontana lungo il corridoio svolazzando vezzosamente, la caposala si china e prende per un gomito la donna. Gabi la guarda storto e si divincola con uno strattone, poi si alza appoggiandosi alla parete e si allontana di qualche passo. La caposala la squadra ancora un momento con occhi diffidenti, poi volta le spalle e torna al suo ufficio.
Gabi infila una mano sotto la tunica e inizia a digitare nervosamente sulla tastiera del cellulare. Sbaglia, sbuffa, riprova.
“Claudio, c’erano due Corvi, qui. Lo sai cosa vuol dire? Hanno annusato l’aria. Passano una tangente alla caposala, e va a finire che il Decesso Corrispondente se lo cuccano loro, e lo rivendono a qualche miliardario che vuol togliersi lo sfizio di comprarsi un figlio. Magari il secondo, o il terzo. È già successo, no? Lo sanno tutti. Tirano fuori una carta opportunamente firmata da mio padre che mi esclude dal diritto, e il gioco è fatto. D.N.R. Decesso Non Rivendicato, disponibile sul libero mercato.”
...
“Non me ne frega niente. Io a loro non glielo lascio, dopo tutto quello che ho passato.”
...
“Non sto urlando. Dico solo che dobbiamo fare qualcosa in fretta. Qui la cosa ci sta sfuggendo di mano, non capisci? Dimmi solo se ci stai o devo fare tutto da sola.”
...
“Ma lo capisci o no che se arrivano i Corvi con tutta l’attrezzatura nostra figlia possiamo scordarcela? Che mio padre sarà monitorato giorno e notte e ogni minima alterazione sarà registrata?”
...
“Va bene, va bene, ho capito. Devo fare da sola.”
Chiude la comunicazione premendo il pollice con forza, una smorfia che le deforma il viso.


Il corridoio è deserto, appena illuminato dai riflessi verdastri delle lampade notturne sopra i rettangoli bui delle camere. L’orologio sulla parete segna le tre e dieci. Gabi trattiene la porta delle scale perché non sbatta e si muove adagio, in punta di piedi, il braccio piegato con le dita che sfiorano la parete. Infila la mano sotto la tunica, fino a sentire il contatto tiepido del flacone. Guarda attenta a destra e a sinistra tutto il corridoio, dalla finestra buia che dà sul piazzale fino all’isola di luce dall’ufficio della caposala. Raddrizza le spalle e appoggia la mano sulla maniglia, gli occhi fissi al numero sulla vernice biancastra della porta. Il due ha un angolo scheggiato che spicca più scuro sulla superficie del battente. Il cinque è leggermente fuori asse, pende verso sinistra. Meccanicamente cerca di raddrizzarlo, poi stringe le labbra, tira un respiro lungo e abbassa la maniglia, lentamente.


Sotto la luce smorta del primo sole c’è un via vai di camici bianchi e azzurri. La porta della stanza è spalancata. Un’infermiera entra con un carrello ed esce subito dopo. Una donna grassa con scopa e secchio fa per entrare, ma dalla stanza arriva una voce secca.
“Non adesso, più tardi, quando l’hanno portato via.”
Nel corridoio, sul vecchio divano, Claudio allunga la mano, incerto, a sfiorare le dita della moglie, che sta seduta immobile e guarda nel vuoto, gli occhi fissi alla foto incorniciata sulla parete di fronte. Gabi ha le braccia abbandonate lungo il corpo e un labbro che trema. Sembra non si sia accorta del contatto. Poi, senza spostare la testa e lo sguardo, dice qualcosa, la voce bassa e un po’ roca di chi non parla da molto tempo.
“Come hai detto? Non ho capito.”
“La caposala è stata quasi gentile, quando mi ha fatto le condoglianze a nome dell’ospedale. Un attimo prima di informarsi se per caso avevamo già un contatto per gli organi.”
Perché altrimenti, se crede, per carità, senza impegno...
“Si prende la sua brava percentuale anche su questo.”
“Naturalmente. E papà era in buona salute, fisicamente, tutto sommato. Almeno per quello che riguarda gli organi principali, cuore, fegato, polmoni. Persino gli occhi. Neanche un accenno di cataratta, alla sua età.”
“È la prima volta che lo chiami papà. Quando stava bene lo chiamavi Mario.”
“Già.”
Gabi guarda il faro nella tempesta sulla parete di fronte. Un’onda più alta delle altre arriva a lambire la parete di vetro della lanterna. Il cielo è plumbeo, attraversato dalla linea spezzata di un lampo che illumina di luce livida la schiuma che si rompe contro gli scogli.
“Strana foto, da appendere in un ospedale.”
“Già.”
Lui stringe appena la mano di lei, che questa volta risponde, una pressione lieve con le dita fredde. Dalla stanza vengono rumori ovattati, lo strisciare della sedia accanto al letto, un cassetto aperto e richiuso, un colpo di tosse.
“Cosa pensi?”
“A quello che ha detto la caposala.”
“Cioè?”
“Con quello che mi hanno offerto, potremmo cambiare la tappezzeria nella stanza della bambina, comprare una carrozzina decente, e un mobile con bilancia e fasciatoio integrato. E pagare tutte le visite e le analisi. Anche l’amniocentesi, più avanti.”
“Che bisogno hai, dell’amniocentesi?”
“Ho quasi trentacinque anni, sono una primipara attempata.”
“Ma non è vero, primipara attempata è dopo i quaranta.”
“Hai molta esperienza in proposito, tu?”
“Dai, tesoro, non voglio litigare.”
“Sì, hai ragione, scusa, è solo che sono molto tesa.”
“Lo credo bene.”
La testa castana della caposala si affaccia dalla porta dell’ufficio.
“Signora, dovrebbe venire a firmare il modulo.”
“Sì, arrivo.”
Si alza a fatica, una volta in piedi barcolla e si appoggia al braccio di lui, che sostenendola la trattiene. Si guardano per un lungo momento negli occhi, poi lei distoglie lo sguardo e fa per avviarsi. La voce di lui la blocca.
“Come... Come è stato?”
“Cosa vuoi sapere?”
“Cos’è successo, come hai fatto. Se lui...”
Gabi lo guarda sopra la spalla, una ruga profonda le scava la fronte. Prima di rispondere, stringe i pugni e le labbra, scuote rapidamente la testa di lato, come volesse negare qualcosa. Poi abbandona le braccia lungo i fianchi e distende le dita, distogliendo lo sguardo dal marito. Fissa un punto sulla parete e inizia a parlare, con voce bassa e incolore.
“Quando sono entrata nella stanza, lui non dormiva. Ha subito voltato la testa e mi ha guardata, dritto negli occhi. Mi sentivo come se mi scavasse dentro. Quando mi ha guardato le mani, mi sembrava che il flacone mi scottasse le dita. Ha stretto gli occhi per un momento e poi li ha allargati di nuovo, ma non ha detto niente. Di colpo mi sono sentita tornare bambina, quando ero triste perché mamma se n’era andata e lui mi guardava con gli occhi grandi e mi abbracciava forte. A un certo punto, ha chiuso gli occhi per qualche secondo e poi li ha riaperti nei miei, e ho capito che era il suo saluto.
“Dopo ha allungato la mano verso il flacone e ha detto solo dammelo, e non sembrava neanche la sua solita voce da vecchio.
“Aveva le dita fredde e gli occhi rossi.
“Mi ha guardato per tutto il tempo, mentre armeggiava con il flacone e il tubo. Abbassava gli occhi solo il tempo necessario per vedere cosa faceva. Io non riuscivo a muovermi, stavo lì ferma in piedi, a guardarlo e basta. C’era un silenzio assurdo, appena incrinato dal suo respiro un po’ affannato. Quando ha finito, mi ha guardato ancora un momento, senza sbattere le ciglia, poi si è lasciato andare all’indietro sul cuscino e ha chiuso gli occhi.
“Sono rimasta lì in piedi senza muovermi per non so quanto tempo. A un certo punto lui ha avuto una specie di brivido, ha stretto le dita sul lenzuolo e la testa gli è scivolata di lato. Aveva un filo di bava all’angolo della bocca. Non ho aspettato che la linea sul monitor diventasse piatta, ho raccolto il flacone e sono scivolata giù per le scale prima che arrivasse l’infermiera.”
Lui la guarda affascinato, senza quasi respirare, non si accorge di avere la bocca aperta.
Dalla stanza arrivano dei rumori, qualcosa che striscia, un colpo contro la parete e un’imprecazione soffocata, poi esce la barella, con la sagoma confusa sotto il telo spesso. Nella curva verso il corridoio, il movimento brusco scopre un piede rugoso con le vene azzurre in rilievo, un alluce dall’unghia giallastra. È un attimo: subito una mano rimette a posto il telo, mentre l’inserviente getta un’occhiata veloce a controllare se i parenti hanno visto.
Gabi guarda la barella che si allontana e mormora qualcosa, a voce molto bassa.
“Come hai detto?”
“Ho detto Maria. La chiameremo Maria.”


Euro Carello è nato a Torino, e vive in un comune della cintura cittadina.
Laureato in Economia, già insegnante di scuola superiore, da qualche anno è impegnato nel volontariato, e attualmente è il responsabile del settore scuola, per la zona di Torino, dell’associazione umanitaria Emergency.
Suoi racconti sono usciti in antologie di molte case editrici, nonché su riviste e siti on line.
Con “I Corvi sono lì che aspettano” ha vinto il XIV Trofeo RiLL, nel 2008; è inoltre giunto in finale in svariate altre edizioni del concorso.
Con “Il tramonto di Rudy Turturro” è stato fra i vincitori del premio Rudy Turturro per racconti di fantascienza, bandito da RiLL nel 2007
, e quindi pubblicato nella raccolta “Guida Galattica dei Gourmet” (Robin Edizioni, 2008).
Nel 2010 è uscito “Il seme del nemico” (ed. Giulio Perrone), antologia di nove suoi racconti sulla guerra, il cui ricavato è interamente devoluto a Emergency (dal 2016 il libro è disponibile anche come e-book). Del 2014 è “Letti a undici piazze” (ed. Graphot): un’antologia di racconti scritti a quattro mani con Mario E. Bianco, ispirati da undici piazze di Torino.
Il suo sito personale è:
www.eurocarello.it



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