Scrivere per me è una fonte di gioia

Intervista a Luca Di Fulvio, scrittore e, dal 2007, giurato del Trofeo RiLL
di Alberto Panicucci
[pubblicato su RiLL.it nell'aprile 2007]

Cinquant'anni, romano, Luca Di Fulvio ha iniziato la sua carriera negli anni '80, come attore e autore teatrale.
Poi è passato alla scrittura: è autore di thriller come Dover Beach (Mursia, 2002) e L'Impagliatore (Mursia, 2000; Einaudi, 2004), quest'ultimo trasposto in film da Eros Puglielli con Occhi di Cristallo (in concorso alla sessantunesima edizione del Festival del Cinema di Venezia, nel 2004). E poi ancora ha scritto La scala di Dioniso (Mondadori, 2005), i cui diritti sono stati acquistati dalla Colorado Film, per la realizzazione di una pellicola la cui regia sarà affidata al premio Oscar Gabriele Salvatores.

Ma non solo: c'è davvero molto di cui parlare, con Luca, e questa intervista è un buon modo per cominciare a farlo...

Hai iniziato la tua attività artistica come attore, al cinema ma soprattutto a teatro, poi sei diventato uno scrittore, di teatro prima e di narrativa in seguito. Cosa ha determinato questo passaggio, questo “cambio di ruoli”? E tu come l’hai vissuto?

Con naturalezza. In realtà anche quando facevo l’attore pensavo alla scrittura. Già in Accademia le lezioni che seguivo con più entusiasmo erano quelle di Andrea Camilleri che insegnava drammaturgia. E già allora, un po’ per spirito ribelle – vero stile anni ’70 – un po’ per passione, mi rifiutai di recitare nel saggio istituzionale e scrissi un pezzo, che interpretai. Tra parentesi alle mie spalle, sul palcoscenico, c’era il grandissimo Andrea Pazienza che disegnava dal vivo.

Dal tuo romanzo "L’impagliatore" è stato tratto il film "Occhi di Cristallo", di Eros Puglielli, con Luigi Lo Cascio. I diritti per la riduzione cinematografica del tuo successivo thriller, "La scala di Dioniso", sono stati acquisiti dalla Colorado Film. In un certo senso, quindi, sei tornato al cinema, anche se non più da attore. Cosa è cambiato, per te?

Se è per questo anche Dover Beach fu acquistato dal cinema. Il perché credo sia semplice. Io amo il cinema e, anche se questo non condiziona la mia scrittura, certamente influenza le mie immagini e le sequenze di montaggio, che evidentemente vengono digerite da chi mi legge come "cinematografiche". C’è un modo di leggere i miei libri che si potrebbe dire "visivo", ovvero la lingua del cinema. Ma sono rimandi, non sostanza. Non ho una scrittura cinematografica.

Domanda da appassionato di cinema a “persona informata sui fatti”. Come vedi il cinema italiano, oggi?

Ci sta provando. Spesso senza riuscirci. Ci sono scarsi mezzi, come sempre, ma non credo che questo sia fondamentale per individuare la crisi. Abbiamo un glorioso passato alle spalle che non parla certo di produzioni ricche. La differenza col passato è che un tempo si raccontavano storie. Quelle con la S maiuscola, cioè quelle storie che per quanto particolari fossero non smettevano mai di essere assolute e universali.

Oggi c’è una spasmodica ricerca di quell’originalità che Carlo Verdone definirebbe "famolo strano". C’è una spaccatura mostruosa tra critica, pubblico e registi. È come se fossero delle categorie che non vogliono comunicare tra loro pur essendo costrette a convivere per ragioni commerciali. Un condominio abitato da gente che, in fondo, non si sopporta. E più in generale c’è stato un "golpe". Sono andati al potere i cerebrali e hanno spodestato gli artigiani. Operiamo col cervello e non con l’istinto. Per cui le storie non prendono alla pancia. I grandissimi artisti sono pochi, per un calcolo statistico, ma è certo che sono sempre nati fondamentalmente tra gli artigiani e non tra i frigidi cerebrali. Se poi imparassimo dalle altre nazioni a non disprezzare sempre i nostri talenti appena hanno un po’ di fortuna commerciale, gente come Gabriele Muccino magari tornerebbe volentieri dall’America per girare un film qui, no?

E infine c’è la TV. Che reali possibilità di sviluppo ha un settore che si vede far concorrenza da una scatola nera che esaudisce – per ragioni di audience e pubblicità – solo i più biechi istinti della maggioranza degli spettatori?

Torniamo ai tuoi libri. Mi sembra che tu abbia una certa tendenza a parlare di reietti, ultimi, emarginati, diversi dalla massa, magari sin dalla nascita. E’ una scelta voluta o…?

La diversità è come una maschera. Enuclea un personaggio, lo stacca dal confuso paesaggio della massa. È come se avesse dei contorni più netti, è una condizione che gli dà rilievo. È reietto anche il sovrano al quale non ci si può rivolgere liberamente, guardandolo negli occhi o dandogli una pacca sulla spalla, parlando per paradossi. Il diverso per eccellenza è l’eroe. Che poi io usi una diversità dolente nasce dalla necessità del dramma. Edipo è un re, un diverso, ma la tragedia – per essere tale – lo ritrae nel momento di crisi e non nelle giornate in cui se la spassava. Tutta la genia dei Buendia di Marquez è composta di diversi, fondamentalmente dolenti. E posso andare avanti all’infinito. Il protagonista è sempre un diverso, per condanna letteraria. Anche i personaggi più comuni, tipo Teresa Raquin, per esempio, hanno bisogno di un gesto eccezionale, diverso, per essere narrativamente rilevanti. Anche il ragazzo "come tutti noi" Holden ha un gesto finale assoluto, straziante.

Per quel che mi riguarda, comunque, mantenendo assolutamente fede al mio credo che le storie necessitino di diversi (nei quali però il lettore si possa identificare, parzialmente o in pieno), il mio prossimo romanzo parla di un diverso solare, felice.

Più in generale, come nascono i tuoi romanzi? Intendo dal momento dell’idea o dello spunto iniziale sino alla stesura finale… Devo dire che, leggendo i ringraziamenti finali ne “La Scala di Dioniso”, che è un romanzo decisamente corposo, si intuisce in qualche modo la “fatica dello scrivere”…

L’idea iniziale non riguarda mai la trama. Mi deve affascinare una persona. Intendo un personaggio, ovviamente, ma io lo tratto come una persona vera. Se entro in contatto con la sua essenza, se riesco a percepirne l’anima, la storia sarà tutto sommato consequenziale (il che non significa che non ci si debba lavorare su dando poi ordine). E spesso non c’è una sola storia ma magari due o tre. È il motivo per cui lavorando alla sceneggiatura de La Scala di Dioniso ho cambiato addirittura la trama del libro, scrivendo una storia parallela, come dire?, derivata.

La fatica del mio scrivere non sta in una obiettiva fatica. Scrivere per me è fonte di gioia. Sono depresso quando mi faccio vincere dall’ozio, non quando lavoro. Quella che può apparire fatica, semmai, nasce dal fatto che non sono uno scrittore che si accontenta. E quindi riscrivo, cambio, butto con molta più facilità di quanto si possa immaginare. Quindi, più che fatica, direi lungaggine. Sembro poco prolifico perché non mi pongo come obiettivo un libro all’anno, ma l’essere convinto e soddisfatto. Iin realtà ogni mattina io mi siedo alla scrivania e scrivo.

"La scala di Dioniso" ha anche un forte legame, che non sveleremo, con Le Baccanti di Euripide. Sei ancora legato al mondo del teatro? Cosa porti con te, oggi, dell’esperienza sulle scene?

Nasce prima il teatro della narrativa. L’uomo ha trovato solo dopo la formula del rappresentare in prosa. Era molto più naturale far vivere sulla scena dei personaggi che descriverli sulla carta. Io ho avuto la fortuna di formarmi come quegli antichi uomini, di fare un percorso simile a quello dell’umanità letteraria. Prima vivi e vegeti – seppur con una maschera – poi di carta stampata.

Detto questo, i grandi Greci hanno "censito" tutta l’umanità. Non si può prescindere da loro, che sia teatro o mitologia o poemi. Da loro e dall’ultimo greco: Shakespeare.

Sotto pseudonimo, tu scrivi anche favole per bambini, ovviamente ben diverse dai tuoi thriller. Il mondo dell’editoria per ragazzi è diverso da quello dell’editoria per il pubblico più grande?

Non ho un’esperienza così vasta da poter giudicare. L’ho fatto per gioco (anche se ho vinto premi e riconoscimenti interessanti) e non ho indagato quel mondo.

In realtà ho smesso, ora, perché c’è un aspetto della nostra società che mi spaventa. Una evoluzione commerciale. Noi stiamo diventando una società di adulti che campa sui piccoli. È una faccenda assai innaturale, se ci si pensa. Tutte le pubblicità sugli SMS, per esempio. Chi ne spedisce così tanti da creare immensi introiti? I ragazzini. Noi adulti ci comportiamo come i Conquistadores con gli Indiani: gli molliamo specchietti e paillettes in cambio di pepite d’oro. Era meschino e volgare allora, ma il paradosso è che noi lo facciamo con i nostri cuccioli, con i nostri figli e nipoti, fregandocene dei danni collaterali che gli creiamo. Producono soldi facili? Bene, spremiamoli. Senza educarli, naturalmente. Cosa vogliono? Merda? Ecco la merda su un piatto d’argento.

È una società non solo dei consumi portata alle più estreme conseguenze ma una società ottusa, cretina, che non sa investire nel suo stesso futuro. È una società fatta di adulti che se ne sbattono di quel che seguirà loro. Tanto saremo morti, chissene frega, sembrano dire. Sono cavoli di chi sopravvive, non miei. Come l’ambiente.

Come lettore, quali sono i tuoi autori preferiti? E, non posso non chiedertelo, che rapporto hai con la parte fantastica della letteratura?

Ci sono tre autori coi quali mi sento particolarmente in sintonia e che, pur essendo assai diversi fra loro, fanno parte di una stessa ‘catena’ letteraria. Thomas Hardy, William Faulkner e Gabriel Garcia Marquez, in ordine cronologico.

Letteratura fantastica: beh, cominciamo col dire che Marquez trasforma il comune in fantastico in ogni sua opera. Il fantastico che ho più letto e amato è certamente Lovecraft. Ma ho poco in simpatia le ghettizzazioni in genere e quindi non riesco, nemmeno come lettore, a ubbidire a questa logica. Puck e gli elfi, la maga Circe, Polifemo, le sirene, i mulini a vento, i draghi di Orlando e via dicendo, cosa sono se non personaggi fantastici di storie fantastiche? Ma Shakespeare, Omero, Cervantes, Tasso e mille altri non sono considerati scrittori di opere fantastiche perché sono straordinari. Ecco, io cerco – come lettore – lo straordinario.

Recentemente hai illustrato la copertina del disco “Viva Radio2”, di Fiorello e Baldini. Puoi parlarci di questa esperienza?

È stato un gioco. Un regalo che ho fatto a Rosario (e che Rosario s’è lasciato fare) perché siamo entrambi due giocherelloni.

Ho il dono del disegno, ereditato dal nonno materno. Lui era un chimico e farmacista – e quindi benestante – col dono della pittura e della scultura. E ha messo a disposizione dei poveri delle campagne novaresi questo suo talento, insegnando gratuitamente le tecniche e sondando la creatività di quelli che non potevano permettersi quel lusso per ragioni pratiche, di indigenza. Ha creato tutta una generazione di pittori e scultori.

Io – a parte un breve periodo della mia gioventù in cui ho disegnato manifesti per il cinema e fumetti per necessità di fare quattro soldi – non uso il disegno come strumento di lavoro. Le locandine di teatro che negli anni ho disegnato e anche la copertina del cd di VivaRadio2 vengono fatti per gioco. Per divertimento. Senza implicazioni economiche. Mi piace. Come le prime copertine Mursia de L’Impagliatore e di Dover Beach. Come i disegni che mi faccio mentre scrivo una storia, che illustrano personaggi o particolari meccanismi. Come i disegni del "buon risveglio" (come li chiamavamo) che facevo la sera per mio figlio che la mattina, prima di andare a scuola, se li ritrovava in cucina e si faceva una risata appena sveglio. Come i disegni che mi piace fare a Carla, la mia compagna, per dirle che la amo. È uno dei miei modi di parlare, una lingua fatta di segni, che uso solo nella vita privata.

…e Orson Welles? Ho letto che sei un suo fan… (siamo in tanti, per fortuna!)

Siamo in tantissimi, se non tutti, e c’è poco da aggiungere. Un tizio che come primo film ti scodella Citizen Kane non ha certo bisogno delle mie parole.


 

...Sono i suoi lettori, invece, ad avere ancora bisogno delle parole di Luca Di Fulvio, e anche per questo noi RiLLini siamo lieti di accoglierlo fra i nostri (tanti) amici, come giurato del Trofeo RiLL.

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